Recensione “Mine vaganti”, di Ferzan Ozpetek (2010)

Scritto il 19 Marzo, 2010 in CINEMA, Recensioni Film dal 2000 ad oggi

Torna Ozpetek e per fortuna fa molto meglio rispetto al suo ultimo “Un giorno perfetto”. Certo non che ci volesse molto, ma almeno “Mine vaganti”, pur con molti limiti, riesce a farsi guardare senza desiderare di abbandonare la sala a cinque minuti dall’inizio del film. Per la prima volta il regista italo-turco tenta la strada della commedia, commistionandola però alla sua solita fissa per le tematiche sociali e familiari che caratterizzano il nostro paese.

Questa volta punta sull’argomento ormai “di moda” del nostro paese e cioè l’omosessualità e lo unisce, andando a spianare una strada semplice e se vogliamo anche scontata, all’arretratezza mentale del sud e in particolare delle città di provincia e delle piccole comunità. La commistione non è delle più felici, in quanto i vari livelli narrativi non riescono a fondersi nella giusta maniera, tant’è che si percepisce netta la distinzione tra i momenti più drammatici, quelli più riflessivi e quelli apertamente comici, che a dirla tutta, essendo essi la novità “ozpetechiana”, sono molto probabilmente i più riusciti della pellicola (con le dovute remore circa alcuni eccessi negli stereotipi sulla caratterizzazione non solo degli omosessuali, ma soprattutto dei meridionali un po’ arretrati e chiusi di mente). Quello che continua a non convincere del cinema di Ozpetek, e di questo “Mine vaganti” di rimando, è proprio l’insistenza su molti dei luoghi comuni, che sicuramente fanno parte della nostra società, ma che magari sullo schermo potrebbero essere resi in maniera più efficace, piuttosto che semplicistica nel tentativo di ribaltarli con un’ironia, sicuramente a tratti apprezzabile, ma tutto sommato scontata e sempliciotta (esemplare la scena in cui un’antipaticissima signora leccese, incontra la mamma di Antonio e Tommaso e le sbatte in faccia l’imminente matrimonio del figlio, ricevendo come risposta un non tanto velato insulto nei confronti della futura nuora, dai facili costumi).

Ma fermandoci a questo livello di approfondimento della pellicola, si potrebbe dire che “Mine vaganti”, pur nella sua scorrevolezza e quasi piena godibilità, soffre tutto sommato delle stesse pecche e degli stessi difetti di quasi tutto il cinema italiano. A peggiorare le cose però, ci pensa il solito stile registico di Ozpetek che sfianca con continui e quasi infiniti primi piani costituenti i campi-controcampi dei dialoghi tra i protagonisti (insopportabili ad esempio quelli della cena a base di vino e lacrime tra Riccardo Scamarcio e Nicole Grimaudo, la cui storyline non fa altro che indugiare sulle solite “disgrazie” emotive tanto care ad Ozpetek, come l’innamoramento del figlio del marito in “Un giorno perfetto”, o la morte della madre e l’isolamento dal resto della società in questo film), ma soprattutto con le sue solite “scene a tavola”, in cui il regista continua a girare intorno ai personaggi e alla tavola stessa, ripetute fino allo sfinimento. Scene che sicuramente costituiscono il marchio di fabbrica del regista, ma che a lungo andare stancano lo spettatore, oltre al fatto che non riescono bene ad amalgamarsi con la cifra stilistica che contrassegna il resto della pellicola, quasi come se fossero degli spezzoni narrativi e formali completamente avulsi dal resto del contesto. Pur rendendo merito al cast di attori perfettamente calati nelle loro parti, ad esclusione di alcune esagerazioni interpretative in determinati frangenti (come gli amici omosessuali di Tommaso o la zia “zitella”), non si può non notare il fatto che Ozpetek continua a calcare la mano su molti retoricismi (il continuo rimando all’amore impossibile della matriarca per il cognato, sottolineato tra l’altro da insistenti e insopportabili flashback del giorno del suo matrimonio col “fratello sbagliato” e appesantito dall’onere di caratterizzare la nonna come il personaggio più moderno e liberale della famiglia, proprio perché ostracizzata in passato nel raggiungimento della propria felicità), confluente in un finale a dir poco evitabile con il solito “angelo” che guida il personaggio più “innocente” della pellicola, fino ad arrivare al momento forse più imbarazzante del film, in cui tutti i protagonisti si ritrovano riuniti in una pista da ballo, in un’unione armonica e decisamente stucchevole.

 

Alessandra Cavisi