Recensione “Legion”, di Scott Stewart (2010)
Cosa succederebbe se Dio si arrabbiasse col genere umano così tanto come quando mandò sulla terra i diluvio universale? Questo cerca di raccontare “Legion”, con una calamità del tutto “moderna”, fatta di gente posseduta che si comporta come degli zombie e di un obiettivo quanto mai emblematico: evitare la nascita di colui che potrebbe essere la salvezza del mondo (certo è che ad Alfonso Cuaron, autore de “I figli degli uomini”, saranno sicuramente fischiate le orecchie).
Il difetto più grande di “Legion”, dunque, è che ha troppe ambizioni, ambizioni totalmente disattese che si esplicano in un tentativo fallito di miscelare una serie di generi cinematografici e narrativi, pervenendo al risultato opposto e cioè la creazione di una sorta di calderone in cui gli ingredienti non sono nient’affatto amalgamati. Si passa dall’horror vero e proprio all’apocalittico, senza tralasciare il mistico e l’epico, passando anche per il genere incentrato sugli “asserragliamenti” (Romero e Carpenter insegnano). La componente religiosa della pellicola, seppur non occupa la maggior parte dello “spazio” narrativo, è l’altra nota dolente del film, visto che più volte si cerca di suggerire interpretazioni e riflessioni sull’argomento come quando l’Arcangelo Michele (interpretato da un eccessivo Paul Bettany), continua a ripetere al suo vecchio “collega” Gabriele (il “lostiano” Kevin Durand) che lui vuole dare a Dio non ciò che ordina e chiede, ma ciò di cui ha effettivamente bisogno (rimando neanche tanto velato a chi segue ciecamente i dettami religiosi senza interrogarsi sui loro effettivi contenuti e sulle loro conseguenze?). Ad aggiungersi a questi motivi che abbassano notevolmente il livello di gradimento di “Legion” ci sono le interpretazioni degli attori protagonisti, che non riescono a dare il giusto spessore ai personaggi che interpretano, di certo non aiutati nel loro lavoro da una sceneggiatura fin troppo prevedibile e stereotipata, soprattutto nei dialoghi per nulla brillanti o quantomeno decenti.
Nonostante questo la prima parte ambientata nel deserto riesce ad essere in qualche modo interessante e coinvolgente, con tutti i personaggi che si trovano bloccati nella tavola calda e che, pur non conoscendosi tra loro, sono costretti ad allearsi e a fare fronte comune contro la minaccia esterna. Il tutto assume dei contorni da buon b-movie, almeno fino a quando non compare un’improbabile vecchietta che, se non si prendesse troppo sul serio, sarebbe comica e divertente (con la padella che si becca sulla testa e la corsa sul soffitto), invece che involontariamente ridicola come risulta essere, dopo che si trasforma in un mostro assetato di sangue. Ma sono anche le ulteriori trasformazioni che inficiano l’intento di creare un film senza pretese, ma comunque apprezzabile. Trasformazioni eccessivamente “cartoonesche”, che vogliono sicuramente costituire una sorta di omaggio e rimando al Raimi dei tempi d’oro, ma che non ci riescono minimamente a causa del contesto prevalentemente serioso in cui sono inserite. Un figlio “fessacchiotto” (che paradossalmente è colui che Michele ha preso ad esempio come elemento umano su cui avere ancora fede e speranza), un padre autoritario ed iperprotettivo (un Dennis Quaid che non ne “azzecca” una da anni), una donna un pò tropo moderna che aspetta il salvatore, una famiglia scompensata, un ragazzo di colore incredibilmente armato e un uomo senza una mano, compongono il quadretto degli uomini deputati alla salvezza del mondo. Un quadretto mal assortito che però poteva creare un’atmosfera positivamente goliardica e spassosa (così come riusciva il “gruppo” de “La casa” di Raimi), se inserito nel giusto contesto.
Certo, gli amanti dell’action potranno fomentarsi per qualche sparatoria e per le lotte corpo a corpo (soprattutto quelle tra gli arcangeli), ma questa è l’unica consolazione di un film che poteva essere simpaticamente tamarro ma che ha il difetto di puntare troppo in alto, sbagliando inevitabilmente mira.
Alessandra Cavisi
