Sandy Müller racconta il suo ultimo lavoro: “Falsa rosa”
Parlare con Sandy Müller e ascoltare la sua musica fa un effetto a dir poco strano: quello di sentirsi più graziosi. Sarà che proprio la grazia è la caratteristica con la quale meglio si può descrivere l’arte e la persona della giovane cantautrice italo-brasiliana, sarà che quando si riesce a cogliere un po’ di vera bellezza in un cd – avvenimento, di questi tempi, più unico che raro – tutto sembra più piacevole, ma dal suo modo di essere e di fare musica, oltre che colpiti, si rimane inaspettatamente contagiati.
Abbiamo avuto il piacere di assistere alla presentazione del suo ultimo album, Falsa rosa, e di scambiare con lei alcune impressioni su questa sua nuova avventura musicale.
D – Nei musicisti emergenti si riscontrano sempre delle caratteristiche in comune con artisti più affermati. Invece, ascoltando la tua musica, sebbene sia evidente quale sia il background dal quale attingi, non viene in mente nessun altro cantante. Insomma: Sandy Müller è Sandy Müller e basta.
R – Questo per me è un complimento. È chiaro che nel mio lavoro sono stata influenzata da alcuni artisti che ho sempre ascoltato, in particolare da una certa parte della musica popolare brasiliana. Però ho sempre cercato di riproporre alla mia maniera anche ciò che ho attinto da quella fonte. Tutti abbiamo una nostra provenienza, ma dobbiamo essere capaci di essere originali in ciò che facciamo. Io so a cosa mi ispiro e a cosa mi piacerebbe assomigliare, ma ci tengo a rimanere me stessa.
D – E a chi è che vorresti assomigliare o a quale genere musicale vorresti avvicinarti?
R – Mi piace molto l’immediatezza della musica brasiliana: il fatto che nasca senza troppi giri di rotelle dentro la testa. È una musica spontanea, che parla di cose molto semplici, di quotidianità. Questa naturalezza e questa spontaneità sono le caratteristiche che vorrei fare mie. Mi piace che la mia musica non sia qualcosa di inquadrabile, che si percepisca la sua veracità.
D – Il tuo album precedente, Linha, era sicuramente più “pop” di quello appena uscito, sebbene godesse già di una certa raffinatezza. Questo ha dalla sua una nuance più ricercata e forse più jazzistica. È una maturazione o si tratta proprio di un cambiamento di rotta?
R – Si tratta di entrambe le cose. Credo che la musica cresca con l’artista e ogni disco che presento, nel momento in cui lo presento è l’espressione di me in quel momento. Il primo cd, Sandy Müller, è stato lanciato sull’onda dell’entusiasmo e forse con un pizzico di incoscienza e di inconsapevolezza. Il secondo, Linha, è stato molto influenzato dall’aspettativa che il precedente aveva creato e quindi dal pensiero di cosa gli altri volessero sentire. Falsa rosa, invece, è nato in un momento di pace, in cui volevo fare il punto della situazione: mi sono presa i miei tempi e miei spazi, dilatandoli molto, e questo si coglie anche nella musica. Un artista non deve mai dimenticare che la musica va fatta innanzitutto per il piacere di farla e non per tutto quello che poi inevitabilmente si crea intorno. Anche se questo è un cd meno pop, fortunatamente sto già riscontrando che ci sono orecchie che vogliono sentire questa musica ed è a loro che parlo.
D – Nella tua musica si ravvisano due elementi contrastanti, che però tu riesci a fondere magicamente: la ricercatezza e la spontaneità di cui parlavi prima. Come è stato possibile questo connubio?
R – La spontaneità è il motore della musica, ma poi si può ulteriormente abbellire questo messaggio che nasce immediato, curando gli arrangiamenti, curando tutto ciò che concerne il cd, come, ad esempio, la confezione e i contenuti del libretto. È un lavoro difficile, perché rischia di far venir meno questa naturalezza, quando invece vuole essere esclusivamente a suo servizio.
D – Sandy Müller, oltre che brava, è anche fortunata, perché ha accanto a sé musicisti di grande livello. Come hai scelto i tuoi compagni di viaggio?
R – Accanto a me c’è innanzitutto Claudio Pezzotta, che è colui che veste le mie canzoni con gli arrangiamenti e che è un po’ il pilastro su cui si basa ciò che faccio. I meriti che di solito prendo io è giusto condividerli con lui. Con gli altri si tratta di essere in sintonia: quando con un musicista si trova una linea d’onda che vibra alla stessa velocità, allora si può lavorare bene. E questo vale per tutto il team di lavoro: dall’ufficio stampa, ai tecnici, ai produttori. Da soli non si va da nessuna parte.
D – Il cd, che è di produzione italiana, è stato però realizzato in Brasile. È la solita saudade o ci sono altre necessità dietro questa scelta?
R – Io ho sempre vissuto con un piede in Italia e uno in Brasile, anche musicalmente parlando, perciò mi piaceva l’idea di portare i miei musicisti a Rio de Janeiro. Questo perché mi interessa molto questo incontro tra le due terre, tra le due culture. Anche il fatto di condividere certi momenti insieme credo fosse necessario per la buona riuscita del cd. Volevo che tutti i musicisti assaporassero quelle che sono le mie sensazioni musicali e farli registrare in Brasile mi è sembrata la cosa migliore.
D – Linha era un cd al confine tra la musica brasiliana e quella italiana. Con Falsa Rosa hai tagliato la testa al toro e hai realizzato un doppio cd: in italiano e in portoghese.
R – Sì, l’ho fatto sia perché non volevo rinunciare a niente, sia perché dopo i concerti mi capitava spesso che venissero a dirmi: «la tua musica è molto bella, peccato non poter capire il testo». E poiché penso che il testo di una canzone sia fondamentale, ho pensato di fare un disco in tutte e due le lingue affinché i messaggi che ci sono dentro possano arrivare a tutti senza equivoci.
D – Falsa rosa contiene dei brani quasi fiabeschi, come Solo cantare, e altri molto profondi e toccanti come Innamorata dell’illusione. Da cosa è nata questa ispirazione ambivalente?
R – Il punto centrale del disco è quello di guardare in faccia la realtà e questo emerge molto bene proprio in Innamorata dell’illusione. Poi invece ci sono dei voli di fantasia, come in Solo cantare, perché credo che la vita debba essere vissuta in maniera meno cervellotica, come se tutto fosse più facile di quello che in realtà, a volte, non è.
D – È molto curiosa la versione “brasileira” di Balla, balla ballerino di Lucio Dalla. Come ti è venuta l’idea?
R – Ho scelto il brano perché si sposava bene con la tematica del disco, di cui ho appena detto: guardare in faccia la realtà. Questo ballerino di Dalla che continua a ballare anche sulle disgrazie, sulle violenze, sulle difficoltà senza fermarsi e che attraverso la propria arte esorcizza la paura del mondo centrava appieno il messaggio che volevo dare con l’intero album. Poi è una canzone che mi è sempre piaciuta, che sento fin da bambina, e quindi c’è anche una motivazione affettiva.
D – Lucio Dalla l’ha ascoltata?
R – Ovviamente ha approvato la versione e mi ha mandato anche un augurio di buona fortuna attraverso l’editore. Non ho mai parlato con lui, ma spero che abbia gradito.
D – Infine: cos’è la falsa rosa?
R – È un invito a non fermarsi alle apparenze. La falsa rosa se la vedi è bella, però poi se ti avvicini non profuma e le sue spine non ti pungono. Io credo che non tutto ciò che ci sembra in un modo poi lo è realmente, perciò bisogna toccare con mano prima di giudicare o di poter dire di conoscere una cosa.
Claudio Cavallaro
