Recensione “Invictus”, di Clint Eastwood (2010)

Scritto il 3 Marzo, 2010 in CINEMA, Recensioni Film dal 2000 ad oggi

Il presidente sudafricano Nelson Mandela, decide di attuare una strategia sportiva per risolvere il problema dell’apartheid. Con l’aiuto dell’allenatore della squadra di rugby nazionale, composta solo da giocatori bianchi eccetto uno, comincerà un percorso di unione e fratellanza che riuscirà a fargli raggiungere gli obiettivi prefissati.

Un Eastwood irriconoscibile questo di “Invictus” che ricalca pedissequamente tutti i topoi e gli stereotipi del cinema apologetico dedicato a grandi personaggi (anche se bisogna dire che è davvero difficile avere a che fare con dei miti come Nelson Mandela) e soprattutto del cinema incentrato su uno sport che riesce a debellare le differenze e a superare ogni difficoltà. Il problema è che lo fa in modo fin troppo convenzionale e per certi aspetti addirittura stucchevole e retorico (non si può non menzionare il momento in cui un bambino di colore viene preso calorosamente in braccio da un gruppo di poliziotti bianchi che esultano per la vittoria della squadra di rugby). Uno “smacco” per tutti i fan del maestoso Eastwood che negli ultimi anni ha regalato a cinefili e non una serie di grandi capolavori, contrassegnati da una poetica e un’estetica decisamente più personali e uniche, rispetto a quelle di “Invictus” che non si distingue né narrativamente (affossandosi in una serie di cliché cinematografici appartenenti al genere, senza però rielaborarli alla maniera di Eastwood), né registicamente, ed è questa la delusione più grande, visto che stiamo parlando di uno dei più importanti e straordinari cineasti viventi.

Un film che, pur mantenendosi comunque sulla sufficienza, restando dignitoso fino alla fine (ad eccezione dei terribili ralenti che caratterizzano alcuni momenti topici, enfatizzandoli in maniera didascalica), paga lo scotto di essere “figlio” di un cotale “padre”, dal quale ci si aspetta sicuramente molto più di questo, sbagliando magari nell’affidargli eccessive aspettative, ma essendo giustificati nell’alta considerazione che giustamente gli si riserva, aspettandosi appunto un film degno di nota piuttosto che una riproposizione, al limite del buonismo, della strategia politica di Mandela.

E’ inspiegabile questa retrocessione del maestro Eastwood, quasi come se avesse di proposito deciso di rimanere nella mediocrità per lasciare spazio alla storia di per sé molto importante. Una labile giustificazione che comunque non mitiga l’amarezza e la disillusione dello spettatore, e soprattutto degli estimatori di Eastwood, i quali si sentiranno sicuramente “traditi” dall’oggetto della loro ammirazione.

Persino la recitazione di Morgan Freeman, che in “Million Dollar Baby” aveva offerto al pubblico un’interpretazione da standing ovation, sembra adagiarsi stancamente sulla notorietà e la grandezza del personaggio chiamato ad impersonare, scadendo a volte addirittura nel manieristico. Va leggermente meglio sul fronte Matt Damon, che riesce a dare la giusta caratterizzazione del suo personaggio dapprima scettico e poi sempre più coinvolto e convinto della giustezza del “piano” di Mandela (un piano sicuramente nobile nel tentativo di rinascita e crescita di un popolo che gli è indubbiamente debitore).

Il rischio in cui si può incorrere, durante e dopo la visione di “Invictus”, è quello di essere talmente delusi e smentiti nella altissime aspettative rivolte alla pellicola e al regista, da disistimarla eccessivamente, magari anche più del dovuto. Una sorta di legge del contrappasso che indubbiamente colpirà Clint Eastwood: quanto grande è stato la “slealtà” nei confronti dei suoi estimatori, altrettanto grande sarà la loro delusione nei confronti della pellicola. Per riprendersi dal “trauma” è consigliabile la visione o “re-visione” di film immensi come “Million dollar baby”, “Mystic river”, “Changeling” e “Gran Torino”, perle rare del cinema contemporaneo donateci da un grande autore che sicuramente tornerà a farci ammirare estasiati un cinema classico ma al tempo stesso inimitabile e ricco di sfumature e pieghe nascoste.

Un cinema che si spera non abbia bisogno di certe scorciatoie (la colonna sonora fin troppo ruffiana per esempio) per emozionare e coinvolgere lo spettatore più esigente. Un cinema che però, paradossalmente e tristemente, è più candidabile, rispetto ai capolavori succitati, ad essere apprezzato e premiato agli Oscar, che sicuramente si faranno “abbindolare” dalla monumentale e statuaria presenza di un protagonista come l’assolutamente incriticabile e ammirevole Nelson Mandela.

 

Alessandra Cavisi