Svastiche divampano nella citta’ di Roma: dove sono gli interventi di urgenza promessi?

Scritto il 9 Febbraio, 2010 in Società

Viviamo un periodo molto strano. Un periodo dove cio’ che si dice puo’ essere tutto il contrario di tutto, e poco importa se non verra’ rispettato. Gli studi sulla comunicazione, le scienze della politica, non hanno portato a usare eticamente i mezzi a disposizione, ma ad usarli per ingannare e aggirare cio’ che si chiama popolo, per farlo stare sempre piu’ lontano dal meccaniscmo politico e dalle decisioni.
Ecco che se notiamo un impoverimento culturale della citta’ (gia’ denunciato), uno scarso investimento sulla mobilita’ pubblica (gia’ denunciato), notiamo anche come l’imbrattamento di Roma avanzi inesorabilmente, fino agli episodi estremi e gravi delle svastiche, eseguite da povere vittime dell’ignoranza.

Atti cosi’ gravi dovrebbero prevedere una squadra d’urgenza, una sorta di pattuglia che, chiamata, vada a coprire questi scempi.

Cosi’, dopo la svastica all’entrata di Villa Pamphili dal Gianicolo (Via Aurelia Antica - Via Carini), dopo i segni fascisti sempre al Gianicolo dinanzi alla facciata commemorativa dell’acquedotto romano, arriva un’altra all’ingresso nel Gianicolo dal Fontanone (Fontana dell’Acqua Paola). Cosa fare? Di certo siamo inermi dinanzi allo stato comatoso della politica odierna, incapace di far rispettare regole, se non quelle per i poveri (per modo di dire…) cittadini automobilisti, in preda a multe e autovelox. Perche’ il problema di Roma da 10 anni a questa parte sembra quello di fare le multe alle macchine, e non risolvere i problemi alla radice, prima di tutto culturali.

Cultura che ci vuole a curare il nostro orticello, e ad essere felici per la bella casa che ci siamo comprati e il plasma che ci siamo messi in salone. Ma c’e’ gente come me, che non si sente felice a vivere in una societa’ dove chi fa una svastica rimane impunito, dove una svastica rimane li’ 3 mesi, un anno anche.

Noi segnaliamo, piu’ non possiamo fare, e mettiamo anche le foto dello scempio.
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Federico Armeni