Recensione “Antichrist”, di Lars von Trier (2009)

Scritto il 12 Ottobre, 2009 in CINEMA, Recensioni Film dal 2000 ad oggi

Difficilissimo accostarsi a questa pellicola con fare critico ed oggettivo, visto che data la sua forza prorompente, insita non solo nei temi trattati ma anche nella maniera particolarissima, provocatoria e quasi pazzesca di trattarli, riesce a coinvolgere enormemente, che sia negativamente o positivamente, lo spettatore che si ritrova letteralmente risucchiato e immerso fino al collo nella spirale di dolore e pazzia che von Trier ha intessuto per sé stesso e per noi.

Non è superfluo allora riferirsi al fatto che lo stesso regista ha ammesso di aver girato questa pellicola come una sorta di cura terapeutica per la sua depressione, così come non è superfluo soffermarsi sul fatto che al centro della narrazione (tutt’altro che lineare anche se così potrebbe apparire, ma ricca di sentieri tortuosi e impervi che si inseriscono ai margini della strada maestra), ci sia un ciclo di sedute terapeutiche che alla fine ci mostrano tutta la loro inutilità e forse anche la loro pericolosità. Che si tratti di una sorta di polemica dell’autore indirizzata alla pratica o meno, quello che più conta di “Antichrist” è che a conti fatti risulta essere un potentissimo film di testa e di pancia. Di testa perché ci mette a confronto con una serie di riflessioni di non poco conto che spaziano da quella principale inerente il dolore e tutte le sue forme e manifestazioni (rese note dal regista stesso in una suddivisione del film in capitoli), fino a giungere ad una sorta di confluenza con tematiche apparentemente scollegate, ma ad una visione più attenta ed approfondita, ben giustificate nella loro compresenza. Si passa dal rappporto uomo-donna, evidentemente uno dei maggiori chiodi fissi del regista danese, sviscerato in ogni minimo atomo (non solo attraverso la storia personale dei due protagonisti, ma anche tramite lo studio storico-antripologico da parte della moglie del periodo storico in cui le donne venivano bruciate al rogo per il semplice fatto di appartenere al genere femminile, argomento che trascinerà la protagonista verso il baratro impossessandosi quasi di lei), fino ad una serie di allegorie sul ruolo della natura: maligna o benigna? Osservando rapiti, oltre che decisamente turbati, lo scorrere delle lentissime e quasi immobili immagini (von Trier fa suo il mezzo comunicativo del ralenti e lo rende funzionale al racconto come quasi mai si è visto sullo schermo), verrebbe da indirizzarsi verso la prima ipotesi, come ci dimostra il terrore della donna a camminare nel bosco, le insidie che esso nasconde e i messaggi che sembra lanciare ai due, come il continuo e rumoroso cadere delle ghiande sul tetto della casa o l’apparire di tre bestie dall’enorme forza metaforica (addirittura una volpe in una scena estremamente inquietante afferma: “Il caos regna”).

A giudicare da quello che avviene poi, e soprattutto dal bellissimo finale (girato con lo stesso straordinario bianco e nero dell’incipit e musicato ugualmente con il “Lascia che io pianga” di Händel), in cui il protagonista maschile si abbandona finalmente libero assaporando delle more, la risposta al precedente quesito non è più così immediata. E’ davvero la natura esterna ad essere maligna o è la nostra natura interna di uomini (anche se von Trier si concentra misoginamente su quella delle donne) ad essere malvagia? La risposta ci arriva dallo stesso protagonista che comprende, erroneamente o meno, ciò che sta succedendo a sua moglie, riuscendo finalmente a riempire la punta della piramide che ha disegnato per scoprire le paure più forti della donna (arrivando alla fine a scrivere “me”, cioè la paura di sé stessi e di cosa si è capaci), salvo poi incorrere nella sua ira funesta che sfocia in quelle scene tanto discusse, ma assolutamente non pretestuose, anche se decisamente provocatorie, delle mutilazioni genitali e delle sevizie a cui l’uomo viene costretto. Scene fortissime che mettono a dura prova la forza e il coraggio visivo dello spettatore (una sfida che sostanzialmente ha vinto von Trier, perché tutto sommato di sfida si tratta, pur essendo una sfida funzionale al concetto che si voleva esprimere), in opposizione ad altrettanto bellissime scelte registiche e non che compongono questo contorto e quasi indecifrabile mosaico: a partire dalla straordinaria fotografia che immobilizza alcune incredibili immagini comunicando un mondo di considerazioni, fino a giungere all’utilizzo del sonoro quasi lynchiano (ma le influenze di importanti registi non sono poche, come dimostra del resto anche la dedica finale a Tarkovskij).

Un’esperienza da vivere con le viscere e col cervello, dunque, rimanendo in sospeso su una delle tante domande, forse la principale, che sembrerebbe avere risposta facile, ma che sostanzialmente continua a rimbombare nelle nostre menti lasciandoci nel dubbio: chi è, se c’è, l’Anticristo?

Alessandra Cavisi