Recensione “Un Giorno Perfetto” (2008) di Ferzan Ozpetek
Un giorno perfetto, ma un film disastroso. Come banalizzare e svuotare di qualsiasi significato e interesse un tema molto scottante e attuale come quello della violenza all’interno delle famiglie. Un film che si presenta per quello che è sin dal primo inutilissimo e forzatissimo piano-sequenza che ci mostra ogni angolo e anfratto dell’appartamento una volta abitato da Emma, Antonio e i loro due bambini. Subito dopo veniamo catapultati nel cuore della vicenda, una giornata decisiva che segnerà i destini di ciascuno di loro, e anche di altri personaggi totalmente avulsi dal contesto e per nulla amalgamati in qualche maniera ai protagonisti o alle loro vicende. Un cast che faceva sperare perlomeno in una buona prova recitativa, ma che alla fine, escludendo l’intensa Isabella Ferrari l’unica a regalarci qualche scampolo di emozione, si rivela un buco nell’acqua. Quel Valerio Mastrandrea, che solitamente si rivela apprezzabile e adorabile in quasi ogni sua interpretazione, in questo caso carica eccessivamente il suo personaggio, rendendolo affettato e in alcuni frangenti anche poco credibile, eccessivamente costruito e costretto in un ruolo che molto probabilmente non gli si confà. L’unico a salvarsi è il piccolo Gabriele Paolino nel ruolo di Kevin, il più piccolo dei figli della coppia divisa, che per conquistare il cuore di una bella bambina dai capelli d’oro si esibisce in un balletto sulle note di “Bruci la città” di Irene Grandi. Un momento di ilarità che contiene anche una grande tenerezza per il mondo dei bambini che non conoscono a fondo i meccanismi di una vita piena di dolore e difficoltà.
Tratto dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco, Un giorno perfetto tenta anche di inserire la storia familiare in un contesto sociale molto attuale, quale quello della precarietà del lavoro, delle separazioni difficili con figli che non sanno e non vogliono scegliere da che parte stare, dei giovani sempre più fragili e indecisi sul proprio futuro e dell’incomunicabilità tra gli uomini e le donne. L’intento non è dei più deprecabili, ma il risultato si avvicina rovinosamente allo sfacelo, proprio perché pur di inserire più tematiche possibili, si sono create delle sottotrame che non hanno nulla a che fare con il resto della pellicola costringendo lo spettatore ad assistere ad una serie di inspiegabili e indigeribili luoghi comuni. Abbiamo così la giovane donna elegante e snob sposata (Nicole Grimaudo) con un onorevole molto più grande di lui (Valerio Binasco, colui per il quale lavora Antonio, facendogli da scorta), che però è stanca di essere trascurata e comincia a cedere alle attenzioni del figlio di suo marito, salvo poi scoprire di essere incinta. Quest’ultimo a sua volta incarna il ragazzo di giovani speranze che è stanco di vivere all’ombra di suo padre, di prendere buoni voti solo perché figlio di un onorevole (senza magari preoccuparsi di studiare davvero o di rifiutare suddetti voti, proprio come gli suggerisce suo padre quando questi gli sputa in faccia tutta la sua rabbia che altro non è se non ipocrisia) e durante il suo cammino incrocia una donna (Angela Finocchiaro), che poi casualmente si troverà sulla strada di quasi tutti gli altri protagonisti (una sorta di angelo custode che però non riuscirà ad evitare totalmente la tragedia). Aggiungiamoci una madre (Stefania Sandrelli) che legge i tarocchi e una professoressa (Monica Guerritore) che in seguito ad un appuntamento mancato non sa far altro che sorbirsi le paturnie di una mamma preoccupata per la sorte dei propri figli, e abbiamo concluso il parterre di inutili personaggi che si affollano nel corso della pellicola. Ma se la sceneggiatura si rivela insopportabile ed irritante nel suo essere oltre che sconclusionata anche retorica, è la regia l’elemento più scarso che contribuisce a rendere ancora più negativo il risultato finale. Prolungatissimi ed estenuanti primissimi piani che si susseguono in campi e controcampi peggio che nelle più becere soap-opera (non solo quelli dei due protagonisti che si confrontano su un campo minato, ma anche quelli di tutti gli altri protagonisti della pellicola, persino il più insignificante), cedono il passo ad alcuni piano-sequenza totalmente fini a sé stessi, senza contare la scena del tentativo di stupro di Antonio girata in maniera eccessivamente confusionaria.
Sopperendo alla mancanza di intensità e pathos, con una colonna sonora che insiste a sottolineare didascalicamente e banalmente i momenti più salienti che costituiscono il preludio della tragedia, Un giorno perfetto non si dimostra all’altezza di una mostra cinematografica come quella di Venezia e si rivela al massimo passabile per una prima serata televisiva, come quelle che ultimamente ci offrono solo fiction sempre più inguardabili e inaccettabili.
Maria Alessandra Cavisi
