Luciano Pavarotti: nacque come Rodolfo, morì come Big Luciano

Scritto il 6 Settembre, 2008 in Editoriali, Speciali e Interviste, Musica Classica

Il 6 settembre 2007 calava il sipario sul palcoscenico della vita del più grande tenore della seconda metà dello scorso secolo. Se non il più grande – come qualcuno potrebbe legittimamente obiettare – quantomeno colui che della propria ineguagliabile voce ha saputo fare un “veicolo” per far riavvicinare il pubblico alla grande musica, rendendo la lirica, paradossalmente, un genere un po’ più “pop”.

Era inconfondibile la voce di Luciano Pavarotti. I non esperti provino ad ascoltare il Nessun dorma o un’altra celebre aria tenorile cantata da dieci interpreti diversi, magari anche i più popolari (suggeriamo Gigli, Del Monaco, Di Stefano e gli amici Carreras e Domingo). Si potranno avere dei dubbi su alcuni e di sicuro non riconoscerne altri, ma Pavarotti verrà irrimediabilmente “tanato” dopo pochi secondi di ascolto. Questo perché la sua voce, oltre ad esserci diventata estremamente familiare, possedeva un’espressività capace di scuotere anche le corde più rigide e inamovibili della nostra anima.

Qualcuno – non ricordiamo bene chi – disse che «quando Pavarotti nacque, Dio gli baciò le corde vocali». L’immagine, indubbiamente poetica, non è tanto lontana dalla verità. Rimandiamo alla più classica delle parabole evangeliche, quella dei talenti, che Dio ci dona e che sta a noi scoprire e mettere a frutto. Pavarotti, sebbene fin da ragazzo avesse frequentato la corale del Duomo di Modena e preso lezioni di canto, scoprì piuttosto tardi il suo talento, tant’è che non studiò al conservatorio per diventare tenore lirico, ma alle scuole magistrali per diventare maestro di educazione fisica. Maestro lo sarebbe divenuto, ma con la “m” maiuscola.

La non frequentazione dei bigotti ambienti accademici – nei quali è davvero impresa ardua non montarsi la testa, soprattutto per i cantanti lirici – probabilmente gli giovò, preservando in lui quella genuinità che si sarebbe riversata completamente nella sua voce, anche negli anni di maggiore successo, quando forse un po’ snob divenne anche lui.

La sua brillante carriera ebbe inizio il 29 aprile 1960, quando interpretò Rodolfo nella Boheme di Puccini al teatro dell’opera di Reggio Emilia. Nel personaggio pucciniano trovò il suo alter-ego e, tra le mura della soffitta parigina in cui è ambientata l’opera, una sorta di casa artistica. Quella Boheme venne replicata in altre città italiane e portò per la prima volta l’ormai affermato Maestro all’estero, più precisamente alla Royal Opera House di Londra, dove nel 1963 sostituì Giuseppe Di Stefano proprio nel ruolo dello spiantato poeta. Rodolfo divenne, in qualche modo, il suo nome di battesimo artistico, un nome che sancì per Luciano Pavarotti l’inizio di una nuova vita sui palcoscenici di tutto il mondo.

Ma il tenore emiliano, al di là dei tanti successi ottenuti, ha avuto – a nostro parere – un ruolo unico ed importantissimo nella storia della musica colta dello scorso secolo. L’esplosione del personaggio Pavarotti, infatti, è avvenuta in un periodo di rivoluzione e di contestazione di tutto ciò che era, in qualche modo, “istituzionale”. La musica stessa non sfuggì ai moti di dissenso: il bel canto – roba per “matusa” – venne soppiantato, in Italia e nel mondo, da capelloni, urlatori e rockettari di vario genere, e arduo fu tenere alto il vessillo della gloriosa tradizione operistica. Lui, miracolosamente, ci riuscì. Divenne una star della lirica nel momento di maggior crisi per i teatri d’opera di tutto il mondo, conquistandosi quell’affetto che il suo pubblico gli dimostrò fino alla fine. Contribuì, insieme a pochi altri colleghi, a tirar su le sorti della musica colta e divenne il personaggio che tutti sappiamo: uno dei massimi esponenti della cultura italiana in ogni angolo del Pianeta.

Poi, all’apice della sua carriera, compì una mossa completamente inaspettata e assai rischiosa: conciliare la sua musica con quella che, come detto, ne minò la sopravvivenza: il pop. Apriti cielo! Piovvero invettive a valanga da parte di puristi e critici, che lo trattarono come un criminale, forse dimentichi di quanto la sua voce avesse contribuito a tenere a galla la lirica negli anni più difficili. Ma “Big” Luciano era di tempra forte.

“Big” come artista e “big” come uomo, Pavarotti zittì tutti, quando, il 27 settembre 1992, insieme a Zucchero, Lucio Dalla, Sting, i Neville Brothers, Mike Oldfield, Bryan May, Bob Geldof e Patricia Kaas, organizzò nella sua Modena un mega-concerto con l’intento di raccogliere fondi per la cura della talassemia.

Fu solo la prima di ben dieci edizioni, sempre a fini umanitari, che videro il Maestro duettare con le più grandi star internazionali del rock, del pop e del jazz. Insomma: Pavarotti ci prese gusto, forse fin troppo. Alcuni duetti furono a dir poco discutibili (quello con le Spice Girls e con gli Aqua tra tutti!), ma la nobile causa per cui tanti grandi della musica si riunivano ogni anno attorno al sempre più “big” Luciano, faceva passare in secondo piano l’audacia di certi “innesti canori”.

I Pavarotti & friends, tra l’altro, non hanno fatto bene soltanto a chi beneficiava dei proventi raccolti. Con gran disappunto di chi credeva che la musica lirica ne sarebbe uscita negativamente ridimensionata, hanno invece dimostrato che i giovani, anche se attraverso dei “compromessi”, non sono del tutto “impermeabili” alla cultura e sono in grado di rendersi conto che aria, romanza, recitativo e cavata non sono sinonimo di noia. In un mondo dove è sempre più raro trovare un grande vecchio che capisca i bisogni dei giovani e venga loro incontro, Pavarotti è stato d’esempio anche in questo, e non si può non rendergliene merito.

Prima di andarsene, lo scorso anno, Luciano Pavarotti ha chiesto di essere ricordato come cantante lirico, ma in futuro non lo si potrà non ricordare – oltre che come grande benefattore – anche come colui che ha fatto crollare a suon di acuti il “muro di Berlino” della musica: quello che divideva la musica cosiddetta “colta” da quella cosiddetta “popolare”. Per troppo tempo ci si è dimenticati che, nel Settecento e nell’Ottocento, a decretare il successo o il fallimento delle opere liriche era il popolo, che dai loggioni dei teatri poteva tributare scroscianti applausi ai solisti oppure prenderli di mira con patate e ortaggi vari se lo spettacolo non era gradito. Anche Pavarotti, nonostante il pubblico fosse dalla sua parte, si è portato a casa le sue patate e i suoi cavoli e se ne sarà certamente fatto un minestrone, alla faccia di quei critici con la puzza sotto il naso che mai gli hanno fatto mancare le loro sferzate, spesso gratuite. Anche in questo caso sarà la storia a stabilire chi aveva ragione.

Di certo c’è che quel Rodolfo, che dalla soffitta bohémienne di Parigi tentava di scaldarsi con la fiamma di un caminetto alimentata con il legno delle sedie e con le carte dei suoi poemi, si è guadagnato sul campo quell’appellativo di “big” che neanche il tempo saprà scalfire.

Claudio Cavallaro