Recensione “The Hunting Party” (2007) di Richard Shepard

Scritto il 9 Maggio, 2008 in Recensioni Film dal 2000 ad oggi

“Solo le parti più ridicole di questa storia sono vere”, recita così la didascalia che dà inizio a questa tremenda pellicola. Il problema è che nel film di cose ridicole ce ne sono veramente troppe e ovviamente si stenta a credere che siano tutte vere. In realtà lo spunto per questo film è nato da una storia vera di cinque giornalisti che a cinque anni dalla fine della guerra in Bosnia decisero, dopo una sonora sbornia, di scommettere sulla cattura del terribile criminale di guerra Karadzic. Karadzic prende il nome di Volpe, i cinque giornalisti diventano tre e una decisione al confine tra la scommessa  e lo scherzo, diventa invece una missione vendicativa. The Hunting Party è un film che ci fa rimanere con l’espressione perplessa per tutta la sua durata, dato che mischia in maniera davvero poco abile e confusionaria una serie di registri narrativi che vanno dalla commedia all’action-movie, dal war-movie al melodramma, passando per il cinema di denuncia. Il problema più grosso (ma è davvero difficile stabilire una gerarchia dei difetti di questo film) è che il regista fa di tutta un’erba un fascio, accusando sottilmente e più o meno velatamente una serie di organizzazioni, dalla NATO all’ONU, dalla CIA  alle Nazioni Unite, senza approfondire adeguatamente la serie di insinuazioni che pendono (a ragione o a torto) sui loro capi e incentrando l’attenzione e lo sguardo sulle azioni di un uomo che agisce egli stesso per primo spinto da motivazioni personali, come la vendetta.
Tono ironico e tono altamente serioso si danno il cambio ripetutamente in un traballante equilibrio che dona alla pellicola una pesante patina di scarsa credibilità e soprattutto di alto livello di irritazione. Irritazione che viene trasmessa allo spettatore anche tramite banalissimi e odiosissimi luoghi comuni che vedono il giornalista fallito darsi all’alcool, il ragazzino inesperto “pisciarsi nei pantaloni” e il navigato cameraman tornare a rischiare la vita, dopo aver assunto una posizione agiata e lucrativa, per puro spirito d’amicizia. Anche se bisogna dire che l’unico personaggio leggermente credibile e se vogliamo costruito in maniera meno stereotipata è quello del giovane raccomandato (Jesse Eisenberg) che decide di imbarcarsi in questa pericolosa avventura per spirito di rivalsa e di affermazione e che si ritrova con due uomini completamente sprovveduti. In realtà neanche lui è esente da incongruenze, dato che all’improvviso, in uno dei tanti scambi di vedute con i personaggi del luogo, si dimostra brillantemente capace di raggiungere un compromesso, nonché estremamente furbo e intelligente.
La guerra con tutti i crudeli e intricati meccanismi che ci sono alle sue spalle, viene ridotta ai minimi termini e, soprattutto, non viene nemmeno approfondito il ruolo dei giornalisti e dei corrispondenti, ridotti qui a uomini che vivono per l’adrenalina e per l’azione e che agiscono spinti solo da motivi puramente e strettamente egoistici: i soldi, la vendetta, l’affermazione personale. E la voglia di informare il mondo sulle atrocità di ogni conflitto bellico? La voglia di compiere al meglio il proprio mestiere e il proprio ruolo di occhio “buttato” in una realtà sconosciuta e difficile, da studiare e diffondere? “La verità viene sempre fuori”, dice ad un certo punto la Volpe rivolgendosi ai tre giornalisti. E la verità, in questo caso, è che The hunting party si maschera, molto meschinamente, da film impegnato e attento a determinate tematiche sociali, scottanti e attuali, ma in realtà è solo un filmetto d’azione, peraltro scarsamente funzionante. Non funziona la sceneggiatura che mette troppa carne al fuoco e delinea in maniera scontata e superficiale i vari personaggi. Non funziona la colonna sonora, grossolanamente costruita per strappare la lacrima facile o il sussulto dello spettatore. Ma soprattutto non funzionano i dialoghi estremamente irritanti e pieni zeppi di cliché, nonché poco consoni alle situazioni che di volta in volta ci vengono mostrate e persino esagerati e fuori luogo.
Insomma, The Hunting Party, sostanzialmente risulta essere un vero e proprio disastro e il fondo del barile viene toccato quando la malefica guardia del corpo della Volpe (con tanto di tatuaggi sulla fronte) sta per ammazzare il protagonista, ma viene interrotta dal suo cellulare che squilla a suon di “You make me feel brand new” dei Simply Red. Cosa possiamo salvare di questo malriuscito tentativo di volersi ingraziare le simpatie del pubblico affidando la parte del protagonista a quel gigione che è Richard Gere e accusando a destra e a manca varie potenze internazionali, se non l’ambientazione davvero molto interessante e i titoli di coda che ci mostrano i veri giornalisti e ci informano sulle reali vicende? E’ un vero peccato che un’idea così particolare ed originale sia stata rovinata in questa maniera. The Hunting Party avrebbe potuto essere un gran bel film di profonda analisi della nostra società e attualità (mischiata perché no ad un po’ di sana e ben costruita azione), e, invece, si riduce ad essere una posticcia e banalissima storia incredibile che ci lascia anche con un happy-ending che sa tanto di contentino e che si discosta da quella che è la realtà dei fatti.

Maria Alessandra Cavisi