Recensioni Musicali Rock e Jazz

Scritto il 9 Aprile, 2008 in In Vetrina

Internet scorre senza mai fermarsi, e Livecity rientra in questo meccanismo di totale frenesia, in cui, se non ci si sofferma ogni tanto, sfuggono contenuti e segnalazioni.

Ecco che voglio segnalarvi qualche nome di cui ha parlato Livecity in Recensioni Pop /Rock e Jazz, in modo tale che possiate spulciare con calma e trovare le tante cose segnalati dai nostri critici musicali.

Recensioni, “Ascolti su ascolti”: Puntata 7a

Scritto il 30 Marzo, 2008 in Recensioni Pop/Rock | Modifica

Altri tre dischi recensiti da Federico Armeni, con la delusione per un disco dei LaCrus (non tanto il disco quanto la band), e l’entusiasmo per un grande ritorno - i Bauhaus - e una piacevolissima scoperta, con “Devotion” dei Beach House.

La Crus - Dietro la Curva del Cuore [1999]

Voce piatta e mai modulata, un modo di cantare delle (buone) melodie in maniera del tutto sterile e fredda: cosa può spingere un progetto musicale a prendere simil scelta? Chiedetelo ai La Crus, che in “Dietro la Curva del Cuore” riescono a mettere dei discreti testi e qualche suono interessante dietro al modo di cantare inefficace di Giovanardi. Tanto apprezzati e ricosciuti dalla critica, resta un mistero il motivo di tanta spinta (il gruppo va molto meglio dal vivo, dove potete notare come le melodie siano accompagnate da una maggiore enfasi nella voce) da stampa e addetti ai lavori. Non graffiano, non colpiscono, e quando una voce non ha anima né groove, non so di cosa si deve parlare in musica. Un modo di cantare alla Depeche Mode che stona con lo stile Pop dei pezzi del disco, che può essere consigliabile soltanto a chi non condivide nulla di ciò che dice Livecity.it e chi non crede nei parametri da noi utilizzati per parlare di musica.

Bauhaus - Go Away White [2005]

Progetto da pazzi, e a noi i pazzi piacciono. Questo gruppo inglese se la canta e se la suona alla grande, grazie a una musica arrembante e sferzante, piena di controtempi e colpi di scena, variazioni e “grida da battaglia”, lenti vissuti e cambi di suoni, di atmosfere e di intenzioni. I Bauhaus si ritrovano dopo 25 anni dallo scioglimento nell’83, e sono un fiume di idee. Un disco che passa da un’anima alla David Bowie a quella dei Clash, che in un momento sembrano i Joy division, poi i Cure… e che in altri pezzi sembra ricordare un indie più leggero alla The Killers, o un garage rock, ma meno blues, alla White Stripes. Vanno stimati a maggior ragione perché si rinnovano, perché dimostrano di ascoltare ciò che si fa oggi, di avere gli occhi ben aperti su chi oggi arriva al grande pubblico. I “ragazzi” di Northampton possono solo incappare nel pericolo di risultare poco ascoltabili agli amanti di un Rock più melodico - o magari semplicemente più quadrato (e inquadrato) - e di risultare non abbastanza “heavy” per chi ama il punk e il post-punk. Il pericolo dello stare nel mezzo c’è, ma a sentire l’album è assolutamente voluto. Se avessero centellinato la voglia di fare, ci sarebbe probabilmente stato materiale per farne tre di dischi, ma più concettualizzati e comprensibili. Go Away White rimane un disco eclettico e pieno di cose da ascoltare, incoraggiato da alcune entusiastiche critiche britanniche che non hanno avuto paura ad etichettarlo come uno ndei dischi più belli dai ‘90 ad oggi.

Beach House Devotion [2008]

Distendetevi. Non accendete nessuna luce calda, semmai fate entrare la luce dei lampioni che viene dalla strada, o dei fari delle automobili che passano. La vostra sottana deve essere larga, il vostro pigiamino fresco e pulito. I Beach House sono soltanto per chi vuole rilassarsi, per chi vede nella musica un viaggio tra spazio e tempo, che intravede stelle e universi sconosciuti chiudendo gli occhi, che sente vibrare il proprio tessuto pelifero soltanto a pensarvi sospesi per aria, come degli angeli a fluttuare con placide note musicali. Il bello è che non ottengono questo effetto con la new age, con quegli uccellini o quel rumore del mare che entra in casa e vi porta su spiagge al tramonto. I Beach House usano comunque la struttura del Pop e del Rock per fare una musica con molti elementi elettronici e sperimentali, piena di atmosfera e melodicità data da strumenti reali o pseudo - reali. Si sogna, mai Beach House non vogliono farci sognare per forza immergendoci nel verde o in mezzo a vallate incantate, ma ci fanno sognare stando dentro la nostra stanza, prendere coscienza che la felicità e il sogno è dentro di te, e vivono anche nel vostro divano con la finestra che affaccia ad Harlem. Alex Scally e Victoria Legrand formano un duo personale, intimista, sognante e sognatore. Devotion è un disco per soli sognatori.

Federico Armeni

Ascolti su ascolti… / 6

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Adam Green - Sixes & Sevens [2008]

Voce già da adult songwriter, Adam Green è al quinto album solista nonostante i suoi 26 anni. Un disco di gusto discutibile, un po’ naif, ma anche un po’ “americano” nel suo accostare cose diverse e contrastanti, insieme. La sua musica è come un blu sul viola, cioè di gusto discutibile. Il talento si scontra così con una sorta di povertà di background, come se Green non avesse a cultura tale per fare un disco coerente e apprezzabile. Non si capisce davvero dove un album del genere possa andare, con le sue quasi 20 tracce ciascuna che non tocca i tre minuti (tentativo mal riuscito di imitare Tom Waits?), con una voce mai capace di colpire al cuore, con quegli arpeggi di chitarra sempre freddi e insensibili, senza mai un motivo da ricordare. Sixes & Sevens è un disco decente e nulla più, poiché incapace di emozionare e colpire con qualche colpo di scena. Evitabile.

24 Grana - Ghostwriters [2008]

Ghostwriters…scrittori senza volto, narratori sconosciuti di storie che ogni giorno ci accadono sotto gli occhi o solo nella nostra mente… storie che raccontano il disagio, l’amore, il sangue… la speranza”. Parole, per descrivere il disco, che risiedono quindi nelle sfere più emozionali ed evocative dell’Io. Effettivamente questo album riesce grazie a degli incastri sonori formidabili (nella loro essenzialità) a cogliere direttamente nello stomaco e a far vibrare la pelle (e cosa conta di più?). I 24 grana riescono a cantare in dialetto campano senza fare musica popolare, ma anzi un bell’indie rock all’italiana contaminato da mediterraneità e pop. Un bel mix sonoro educato, che si sofferma sui momenti di ogni passo delle canzoni presenti in questo prezioso lavoro. Dolce, fresco, sensuale. Un ascolto da non deluderà. (

Bright Eyes - Cassadaga [2008]

C’è America e America, e non lo devono dimostrare i giovani Bright Eyes, che nel nome del giovane leader Conor Oberst dimostrano semmai che le nuove leve sono più vicine all’Europa più che mai. Vicine all’Europa come capacità di vedere “oltre”, come capacità di non essere chiusi e convinti di essere la vera potenza del mondo, ma come una opinione e un pensiero possano fondersi con i pensieri degli altri senza entrarne in contrasto. Così, Cassadaga è fedele a una mente proveniente dal Nebraska, ma ha la capacità di sfornare quell’Indie Rock che piace tanto a noi europei, e capace di entusiasmare qualsiasi giovane legato a questa musica. Perché? Perché c’è tanta roba qui dentro, perché la batteria è un martello, le chitarre sferzano alla grande, la voce melodica (ma non troppo) del cantante dialoga con le incursioni di una inaspettata tastiera. E’ qui la differenza sostanziale con l’indie targato italy o Uk, ed è qui che gli Usa riescono a imporsi con quel “qualcosa in più” fatto di tappeti sonori ed archi, di suoni che vanno e vengono arricchendo il trio basso-batteria-chitarra. C’è a chi piace e non piace; ma anche a chi non piace, dovrà riconoscere la sofisticatezza Prog unita al ruvido e diretto Indie che i Bright Eyes riescono ad avere. Splendidi nelle ballate, sorprendenti nelle parentesi intimistiche (”No One Would Riot for Less“). Interessantissimi.

 

Ascolti su ascolti… / 5

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Giorgia – Stonata [2007]

Stonata: con l’attuale discografia, con la musica delle radio, con l’Italia che non rischia. Giorgia si da il titolo a un disco interamente fatto da lei, con molte collaborazioni, ma che vede più che in qualsiasi altro disco la sua personalità e ciò che avrebbe voluto davvero fare, suonare e cantare. “Parlo di te” è il capolavoro del disco, un brano così delicato e intenso, in cui la musica elettronica fa da base a parole poetiche e dirette, cantate da una voce precisa e aperta, quella di Giorgia. La prova vocale subisce alti e bassi a seconda di brani più o meno spiritosi, intensi , giocherelloni o appassionati. Giorgia fallisce nei motivettini Pop e nelle provocazioni da tre soldi (orribile il pezzo con Grillo), mentre coglie il segno nei momenti più drammatici e melodrammatici. Disco double face. Ma la faccia buona è davvero tutta da godere.

Adele – 19 [2007]

Noiosissimo disco di una voce ancora infantile e immatura. Adele si getta nella mischia ancora troppo giovane, perché non è Anastacia e non è Amy Winehouse. Ha una voce con delle potenzialità, ma che del resto hanno oggi in centinaia di artisti in tutto il mondo. Il repertorio è solito e scontato, le musiche hanno un sound già sentito e classico, e così la sua prima opera sembra più che altro suonare come una demo e una “prima prova” in attesa di una produzione migliore. Adele necessita si un bel songwriter, mentre la sua voce sembra essere comunque l’ennesimo grido di una cantante dal bel canto in mezzo alle troppe che ultimamente stanno uscendo, tra Londra e News York. Rimandata.

Frankie Hi Nrg – Deprimomaggio [2008]

Frankie Hi Nrg ha sempre qualcosa da dire, e anche se spesso soffre di incapacità di mettere in ordine le sue idee, riesce comunque a regalare dei singoli appetibili, e dei dischi discreti. Anche stavolta alcuni brani di punta e qualcun altro “da riempitivo” compongono un disco che va dalla sufficienza al buono a fasi alternate, senza mai scadere né eccellere. “Rivoluzione” ha scosso Sanremo, e rimane uno dei tre brani migliori del Festival. In mezzo a tanta pochezza il rap di Frankie è un bel pezzo da godere, visto che c’è del sano funky e del buon rap, quasi a ricordare i bei tempi degli Articolo 31. “Deprimomaggio” ricalca anche la formula di J.Ax, grazie a parecchie ospitate (tra cui Giorgia, nell’elettric-hip hop “Direttore”), cambi di scena (le sorprese di Paola Cortellesi, ad esempio) e utilizzo di parecchi strumenti (come i fiati di Roy Paci) oltre alle solite (ben studiate) basi Hip-Hop. Un buon disco che mixa generi e regala canzoni che compongono un album da poter esportare con dignità e convinzione. L’Italia è anche questa.


 

Ascolti su ascolti… / 4

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Mavis Staples - We’ll Never Turn Back [2007]

Disco candidato ad essere un riferimento della musica tra Soul, Blues e Gospel di oggi, vede la storica vocalist Mavis Staples eseguire alcuni classici della tradizional american music, miscelati con alcuni brani scritti da Ry Cooder (che produce l’album). Un disco pieno di suoni, con un’anima nera ma con una mente bianca: il mix tra cuore e interpretazione con il raziocinio e la cura dell’arrangiamento e degli incastri sonori è irresistibile. Ry Cooder gioca col solito effetto slide, e riempie le onde sonore di suoni gonfi e compatti. Non ci troviamo dinanzi al classico “blues suonato”, ma davanti a uno svecchiamento del sound del Mississippi, a favore di una formula particolare, perché non è né quella elettronica di Moby, né quella Pop di Ben Harper. Questo album sembra coniare un nuovo sound, e c’è da scommetterci che verrà presto ripreso e studiato per altri album di successo. Nel frattempo godetevi questo capolavoro.

Sheryl Crow - Detours [2008]

Grosso impegno per l’affascinante sheryl Crow, che tenta di reinventarsi con un disco che vuole suonare come un grande classico, ma che non scorda di ammiccare ai nuovi corsi musicali soft-rock, da Norah Jones a Katie Melua. Così la voce di Sheryl diventa più smaliziata, i brani sono sempre più Pop che Rock, ma con una certa attenzione al country e al folk americano. Un disco che può stancare per l’eccessiva melodicità, e che stona un po’ tanto con l’immagine da grande rocker che Sheryl vuole dare a sé stessa. Sheryl Crow potrebbe essere definita la “Sharon Stone della musica”, sempre abbastanza affascinante e bravina per essere simpatica e gradita a tutti, ma mai davvero nell’olimpo della musica. Come Sharon ha vissuto un particolare momento di enorme successo (Basic Instinct Vs Run baby Run!), ma poi non è mai riuscita a ricavalcare quell’onda. Anche il nuovo album è così un’opera che non delude i fans, perché la voce riesce ad essere matura e precisa, ma i pezzi non convincono come dovrebbero, e la penna di Crow non sembra mai poter lasciare segni evidenti durante tutto il disco. Carino.

Afterhours - Ballate per Piccole Iene [2005]

Ottimi, ottimissimi. I già bravi Afterhours, grazie alla mente e al corpo di Manuel Agnelli, superano se stessi con un disco che ha oltre alle solite componenti di grande rock e indie rock, anche una gran bella dose di sana bellezza e purezza. Un disco stupendo, pieno di belle melodie, pieno di appunti chitarristici e arrangiamenti fini, e capace di non essere necessariamente aggressivo ma anche riflessivo e, perché no, dolce e ricco di una particolare sensualità. Classico esempio di musica italiana sottovalutata, di prodotto da esportare ma che viene nascosto, gli Afterhours rimancono degli eterni emergenti, degli indipendenti ancora sconosciuti al grande pubblico, ma con doti più uniche che rare. Nel particolare di questo album, i 10 brani sono un percorso tra ottimo rock d’autore e melodia tra Italia e Europa. Da segnalare “Ci sono molti modi”, una ballata sofferta, toccante e sconvolgente. Un gran disco, non perdetevelo.

 

 

Recensione Babayoga - Stop That Jazz! [Gas Tone records, 2007]

Scritto il 22 Marzo, 2008 in Recensioni Pop/Rock, Recensioni Jazz, Indipendenti

L’ensemble italiano (con ospiti come Javier Girotto) dei Babayoga - progetto firmato Gianfranco Salvatore - ferma alcuni punti critici sulla musica odierna, disfandosi di molte pregiudiziali legate al Jazz, e alle remore verso l’elettronica, ai suoni computerizzati e all’approccio stesso verso la musica suonata in studio. Un progetto di rottura, ma anche ascoltabile e fruibile dalle orecchie buone.