Una breve e semplice Storia del BLues: deportazione degli schiavi d’Africa, Work Songs, Spiritual…

Scritto il 12 Dicembre, 2007 in Speciali e Interviste

Ecco a voi una “scolastica” e interessante “storia del blues” a cura di Federico Armeni, che passa dall’analisi della forma blues agli spiritual, dall’origine pura della musica blues, quindi la deportazione degli africani in america (da lì nasce la musica afro-americana!) alle prime forme canzone del Novecento.

Forma blues

Il blues è sostanzialmente uno stato d’animo nonché un sentimento etnico, ed è sempre il prodotto di una comunità, un atteggiamento mai singolare, ma che implica la presenza di qualcun altro, seppur ideale.
Il blues è frutto delle espressioni che la musica afro-americana ha avuto che originariamente non avevano nulla di artistico, ma consistevano soltanto in delle grida, delle urla con valore funzionale, cioè servivano per un fine, come i “calls” “cries” e i “work songs”.
Le negro-ballads sono gli antenati del blues, poiché erano delle melodie che raccontavano degli eventi, che parlavano ad esempio di un insetto che distruggeva le piantagioni di cotone, o delle avventure di John Herry che ingaggiava una lotta con un martello pneumatico o dell’oca che faceva di tutto per non farsi uccidere. Di queste storie se ne conoscono molte versioni, questo perché la cultura afro-americana si trasmetteva oralmente (non esisteva scrittura) ed era quindi difficile che una storia cantata prima sia uguale a quella cantata dopo.
Il blues ha una formula strana, poiché segue un preciso meccanismo:
Ci sono 3 versi: il primo verso è formato da una formula (ad esempio: “mi sono svegliato stamattina”). Nel secondo tempo si ripete la formula, magari con qualche piccola variante, nel terzo c’è la “conclusione” alla formula (”mi son svegliato stamattina, e tu non c’eri più”). Il motivo per il quale il secondo verso è uguale al primo è perché, essendo i blues improvvisati, ci doveva essere il tempo di pensare a quello che bisognava dire dopo, nel terzo verso. Il negro a seconda della situazione che incontrava, improvvisava e queste improvvisazioni nascevano dalla necessità di comunicare; si accompagnava sempre con uno strumento a corda come il Benjo e l’Halam. Anche quando il bluesman era solo usava il meccanismo “call and response” facendo rispondere, se proprio non c’era nessuno fisicamente, alla propria chitarra.

Calls

I canti che risuonavano nelle piantagioni di cotone, di canna da zucchero, sulle banchine dei porti fluviali e più in generale nei luoghi di lavoro del Sud, negli anni della schiavitù e anche in epoca più recente, sono certamente, nel folklore negro-americano, quelli più funzionali. Fra questi erano i calls. “C’erano -scrive Harold Courlander in Negro Folk music USA - calls che servivano a comunicare messaggi d’ogni genere: per chiamare la gente fuori dai campi, per invitarla ad andare al lavoro, per attirare l’attenzione di una donna a distanza o semplicemente per far notare la propria presenza. Ce ne erano altri, più precisamente definiti “cries”, che erano una manifestazione espressiva, la vocalizzazione di qualche emozione. Potevano essere pieni di esuberanza o di malinconia; potevano consistere in un “hoo-hoo” strascicato e abbellito con un intricata ornamentazione, impossibile da annotare sul pentagramma…”.

I calls - la cui origine è chiaramente africana - erano noti, anche a seconda delle zone, con nomi differenti: per esempio in Alabama si chiamavano “whoops” mentre col termine “hollers” si designavano anche dei canti di struttura più articolata, dei canti di lavoro individuali come i “cornfield hollers”, che si cantavano nei campi di granturco, e i “cotton field hollers”, che risuonavano nelle piantagioni di cotone.

Raramente questi canti avevano un tema ben definito o una struttura musicale abbastanza rigida. Erano quasi sempre di forma libera, e potevano essere, e di fatto erano, personalizzati dal cantore, che così facendo si comportava come un cantante di blues o un primitivo cantante di jazz. Anche se lo definiva “negro jodling” o “carolina yell”, era certamente un cry, quello che Frederik Olmsted (corrispondente del “Daily Times” di New York), in “A journey in te seabord slave states”, aveva ascoltato una sera nella Carolina del Sud, nei pressi di una ferrovia, e che così fu da lui descritto, nel 1856: “A mezzanotte fui svegliato da una sonora risata e, affacciandomi alla finestra, vidi una squadra di caricatori negri che avevano acceso un fuoco e consumavano allegramente il pasto. A un tratto, uno di loro emise un suono come mai ne avevo sentito di eguali: un grido alto, lungo musicale, che saliva e scendeva, e si rompeva in falsetto; la sua voce risuonava attraverso i boschi, nella chiara, gelida notte, come il richiamo di un coro da caccia…”.

Work songs

Più elaborati e ancora più funzionali sono i canti collettivi di lavoro (”work songs”), di cui ci sono noti innumerevoli testi, alcuni dei quali risalgono agli anni della schiavitù, o hanno nei canti degli schiavi gli archetipi. Il carattere dei work songs è molto vario: vi sono canzoni di protesta, di critica sociale, canzoni che si riferiscono ad episodi di vita vissuta o a fatti di cronoca, a pettegolezzi. In alcune si parla del lavoro che viene fatto cantando, in altre di personaggi mitici, o di persone note solo a chi canta, o di donne, della vita dura del lavoratore (un tempo: dello schiavo), o della futura, vagheggiata libertà. Vi sono canzoni tristi o allegre, amare o umoristiche, tolleranti o impetuose. Tutte sono strettamente connesse col ritmo del lavoro che viene fatto cantando, col quale sono in sincronia e di cui possono sottolineare le fasi, aiutando il coordinamento dei movimenti, e dando sollievi alla fatica.

Come in molti canti negri, e in particolare in quelli religiosi, anche nel work song il ruolo del protagonista è riservato ad un cantante guida, che racconta la storia al gruppo, il quale può accompagnare la sua voce all’unisono, o all’ottava, o in falsetto, oppure, come accade più frequentemente, rispondergli in coro, secondo diversi schemi. Spesso il leader è un abile improvvisatore, che può inventare lì per lì il suo canto cogliendo lo spunto da qualche avvenimento del momento: un’azione del “captain”, il sorvegliante munito di frusta; il passaggio di una donna; una lite; tutto può trasformarsi in canto, e il canto in azione, in movimento del gruppo che lavora.

La stretta interdipendenza fra canto e azione può essere rilevata anche da questo passo all’introduzione al volume Slave songs of the United States, pubblicato nel 1867, in cui, con riferimento a uno di quei canti di vogatori, è detto che “due misure devono essere cantate per ciascun colpo di remi: la prima misura è accantata dall’inizio del colpo di remi, la seconda dal cigolio dei remi negli scalmi”. Continuando il suo discorso, Charles P.Ware osserva che “una delle cose degne di nota di quelle canzoni è che queste sembrano spesso cantate con un lieve ritardo sul tempo della battuta”… già ci si trovava di fronte alla tendenza della “sincope”, elemento tipico della musica afro-americana, in cui l’accento cade spesso sui tempi deboli, e che non altro è che un retaggio della concezione poliritmica della musica africana.

Spiritual

I canti profani del negro americano furono, per molto tempo, gli unici che si potessero udire fra le comunità degli schiavi. Infatti il primo gruppetto di schiavi, catturato sulle coste occidentali dell’africa, era giunto sul suolo americano, per rimanerci, nel 1619. Bisognerà attendere diversi decenni prima che iniziasse, su larga scala, la conversione degli schiavi al Cristianesimo, e si cantassero quindi le lodi al signore. Tutti i tipi di canti religiosi negro-americani venivano così chiamati “negro-spirituals”, erano canti solenni, estatici e commoventi che rappresentavano tutt’altro che rassegnazione o autocommiserazione come è stato spesso inteso.

Lo spiritual è un attività che inizia a metà del ‘700, però ne abbiamo la “certificazione” dell’ esistenza solo nel 1824. E’ basato sul meccanismo “Call And Response” (con struttura “responsoriale”, tra solista e pubblico, e “antifonale”, tra 2 semigruppi), molto importante e usato anche oggi nei concerti in cui il pubblico non è pubblico ma è visto in maniera partecipativa. “L’intenso rapporto, nella Chiesa negra, tra il predicatore e la congregazione dei fedeli - racconta George O. Rawick (the making of the black community) - dipende dal fatto che la congregazione è una comunità, una sacra famiglia, della quale il pastore è capo e guida. Questa posizione è simile a quella dell’anziano nell’aggregato plurifamiliare di un villaggio dell’Africa occidentale. L’anziano è ritenuto avere un superiore contatto con l’Ignoto, ma il suo rapporto con esso si manifesta nel suo rapporto con la sua gente”. Gli spiritual erano dei corpus di inni, canti e lodi che servivano come strumento potentissimo per parlare di altro, usando il “Double Talk”, cioè usando una sorta di messaggio in codice in cui dietro a un canto o a un ode al Signore ci fosse un canto di liberazione, una speranza terrena e immediata (e non nel tempo) e dei veri e propri inni alla ribellione.
Gli spiritual furono banditi quando un canto generò la prima rivolta e sommossa, che fu poi repressa nel sangue. Così i bianchi dopo decenni e decenni si resero conto che questi spiritual erano pericolosi.

Lo spiritual viene commercializzato dagli anni 20, e prende il nome di “Gospel”. La musica religiosa è fondamentale nello sviluppo della società americana. I commercianti di schiavi infatti, per evitare che questi schiavi potessero parlare la propria lingua separavano e dividevano ogni gruppo familiare, etnia, o tribù per annullare la propria cultura. Così lo schiavo doveva cercare di riappropriarsi della propria identità e in questo le Chiese giocavano un ruolo fondamentale poiché divennero gli unici luoghi di aggregazione non proibiti ai neri. Dunque non era loro consentito di partecipare ai riti insieme ai bianchi e allora si crearono delle aggregazioni di neri, quindi le prime chiese nere, che svolgevano questo ruolo fondamentale di far vivere quelle uno-due ore di umanità allo schiavo negro. Nelle chiese nere cominciarono a formarsi dei chorus di neri in cui loro potevano esprimere la loro emotività repressa (la loro pratica religiosa fu definita dal sincretismo) dando vita a dei riti come il macumba e il voodoo. Nelle chiese santificate o pentecostali si sperimentavano forme di partecipazione esasperate ed enfatizzate e in alcune grandiose cerimonie molte persone cadevano in “Trans”. Vengono costruiti i “Talking Drum” che riuscivano ad imitare le lingue africane, nelle quali basta il cambio dell’accento su di una sillaba per cambiare il significato di una parola, permettendo loro di comunicare. Un notissimo spiritual “a chiave” era “steal away to jesus”. La paternità di questo storico spiritual viene attribuito a Nat turner, coraggioso capo di una delle più grandi ed impressionanti rivolte di schiavi verificatesi nel Sud.

Così predicava:
steal away, steal away to jesus,
steal away, steal away home
i ain’t got long to stay here.
My lord calls me, he calls me by thunder,
the trumpet sounds within my soul
i ain’t got long to stay here
TRADUZIONE:
scappa di nascosto, scappa di nascosto verso Gesù, / scappa di nascosto, scappa di nascosto verso casa / io non avrò ancora molto da star qui. / il mio signore mi chiama, mi chiama col tuono / la tromba squilla dentro la mia anima. / Io non avrò molto da star qui. Spiritual come questo “steal away to jesus” erano proibiti, venivano praticati di nascosto, durante le cerimonie notturne, in qualche capanna isolata. Altri famosi spiritual sono per esempio “city called heaven” “go down, moses”(di carattere diverso rispetto agli altri) e “sweet long sweet chariot”.

 

La prima colonizzazione dell’Africa

I portoghesi furono per più di un secolo i dominatori incontrastati degli scali africani lungo la rotta che conduceva alle Indie. Agli inizi del 17° secolo, altri paesi europei avvertirono l’importanza strategica ed economica dei possedimenti africani e iniziarono la penetrazione in Africa. Nel 1621 gli Olandesi organizzarono le loro prime basi nel Senegal e, nei decenni successivi, in lotta spesso con i Portoghesi, si insediarono nella Costa D’Oro, nella Guinea e all’estremità meridionale del continente, fondandovi Città del Capo. Gli insediamenti olandesi, diversamente da quelli portoghesi, non dipendevano politicamente dal governo centrale della madrepatria, ma erano amministrati direttamente da società commerciali private, quali le compagnie delle Indie, costituite per lo sfruttamento dei paesi coloniali.

Quasi contemporaneamente agli Olandesi, anche gli Inglesi e i Francesi entrarono in gara per assicurarsi scali e basi commerciali sulla costa africana. Gli Inglesi occuparono la Sierra Leone e si scontrarono prima con i Portoghesi e poi con i Francesi per il possesso della Gambia, che divenne un loro dominio solo dopo un secolo e mezzo di aspri contrasti. Da parte francese le imprese coloniali in Africa furono realizzate attraverso un’apposita compagnia dell’Africa Occidentale, creata nel 1626, che si impadronì del Senegal, costruendovi fortini e villaggi. Anche altri Stati Europei, quali la Svezia, la Danimarca e la Prussia, parteciparono, con maggiore o minore fortuna, alla spartizione della fascia costiera africana.

L’elemento comune a tutte le iniziative coloniali europee in Africa nel corso dei secoli 16° e 17° è rappresentato dal disinteresse per l’interno del continente, e dalla gara, condotta spesso senza riserve, per accaparrarsi basi ed empori costieri. La ragione di questa preferenza è da ricercare nel fatto che gli scali africani, oltre ad essere degli insostituibili punti di riferimento lungo la rotta delle Indie, costituivano i centri di raccolta e di commercio degli schiavi, razziati lungo la costa e nelle regioni interne del continente. La tratta degli schiavi ebbe conseguenze catastrofiche per le zone sulle quali si esercitò. L’immensa fascia costiera del golfo di Guinea venne devastata e paurosamente impoverita delle risorse umane e naturali. La sola regione in cui si instaurò una forma di colonizzazione con una modesta penetrazione all’interno fu l’Africa del Sud, dove gli agricoltori olandesi, i Boeri, respinti i Boscimani e gli Ottentotti, fondarono fattorie e villaggi e trapiantarono in terra africana le colture e le tecniche agrarie europee.

Gli olandesi e portoghesi, come del resto i francesi e tutte le popolazioni europee, cominciarono a trasportare tutti gli schiavi negri nelle Americhe, America del Sud e America Settentrionale, dove sfruttavano la manodopera dei neri, per vari fini, come costruzioni, coltivazioni, lavori domestici. Iniziava così la diatriba degli uomini neri nativi nella terra africana che d’improvviso venivano sottratti alla loro vita, civiltà e cultura. La tratta degli schiavi, a seguito della colonizzazione americana ebbe un notevole incremento fino a divenire un’attività economica di prim’ordine. I principali sovrani europei, quelli almeno che esercitavano un controllo sulle coste occidentali dell’Africa, solevano concedere una sorta di diritto di monopolio ai trafficanti di schiavi, dietro corresponsione di congrue tasse e il pagamento di un’imposta per ogni negro trasportato. Nessuno ancora metteva in dubbio il diritto di ridurre in schiavitù le popolazioni negre e persino i difensori di diritti degli Indiani d’America, come il Las Casas, ammettevano la tratta degli schiavi: se mai chiedevano che fosse resa più umana. I tentativi di alcuni pontefici, come Paolo III e Urbano VII, di regolarla o addirittura di impedirla, morirono sul nascere.

Tra l’altro, gli schiavi, prima di affrontare il viaggio di 40-50 giorni che doveva portarli oltre Atlantico tra infinite sofferenze e on un’altissima mortalità, venivano sommariamente battezzati; si giunse persino a sostenere che si trattava di un’azione missionaria. In breve tempo il commercio degli schiavi divenne un affare talmente redditizio da scatenare concorrenza tra le potenze marittime: nel Seicento gli olandesi, impadronitesi per qualche tempo dell’Angola, una delle regioni privilegiate per la caccia agli schiavi, erano riusciti a sostituirsi in buona misura ai portoghesi come importatori di negri nelle Americhe. Le centinaia di migliaia di uomini ridotti in schiavitù, perché ritenuti adatti a lavorare in condizioni climatiche quasi proibitive per gli Europei, rappresentarono un fattore decisivo per la crescita del Nuovo Mondo, del quale finirono per diventare un gruppo etnico numeroso, sistematicamente segregato e inumanamente sfruttato. Il meccanismo della tratta, dopo la fase iniziale del rapimento violento, si era trasformato nel più comodo sistema dello scambio fra bianchi e neri, di oggetti contro uomini. Al trauma della deportazione coatta, la terribile traversata di centinaia di km a bordo delle navi a rischio alto di malattie e denutrizione, si aggiungevano per l’africano i drammi dell’adattamento forzato ad un mondo diverso e reso cupo dall’immediato passaggio di proprietà, della sottomissione ai lavori forzati, dello sradicamento dalle proprie radici e quindi della propria identità ed esistenza.

L’impatto col Nuovo Mondo, come se non bastasse, era per giunta aggravato dalle accuse di inefficienza produttiva nel lavoro, di nomadismo e di inaffidabilità che l’opinione pubblica e la stampa muovevano contro l’uomo africano secondo dei comportamenti che corrispondono all’idea di razzismo.
La quantità di africani deportati nelle Americhe risulta di ben undici milioni. Hugh Thomas (The Slave Trade) ha stimato che su questi undici milioni di individui, 4.650.000 sono stati trasportati dai portoghesi, 2.600.000 dagli inglesi, 1.600.000 dagli spagnoli, 1.250.000 dai francesi, 500.000 dagli olandesi, 300.000 dagli statunitensi e 100.000 da danesi e svedesi. Di questi, 3 milioni provenivano da Congo e Angola, 2 milioni da Senegambia e Sierra Leone, 2 milioni dalla “Costa degli schiavi” (Dahomey, Adra, Oyo), 2 milioni dal tratto compreso tra Benin e Calabar, 1 milione mezzo dall’Ashanti, nonché Costa dell’oro; 1 milione da Mozambico e Madagascar, 750mila da Loango, 250mila dalla Costa dei venti e altri 250mila da Camerun e Gabon.

Interessante capire come questi schiavi venivano “distribuiti” nei vari lavori. Innanzitutto pare che circa due milioni di africani siano morti durante il viaggio, come abbiamo detto ad alto rischio di mortalità, mentre sei milioni sono stati impiegati nelle piantagioni da zucchero, due in quelle di caffè, uno nelle miniere, uno nei lavori domestici, 500.000 nelle piantagioni di cotone e altrettanti impiegati nelle costruzioni.

 

Federico Armeni