Renzo Arbore “Quello della Musica” secondo Borgna, Bovi, Cavallaro, i responsabili di Raro, Greg e lui stesso
La Conferenza Stampa di presentazione della prima biografia musicale di Renzo Arbore, il libro del giornalista-clarinettista ventiseienne Claudio Cavallaro,“Renzo Arbore ovvero Quello della Musica” (Raro! Libri / Coniglio Editore, 2007), è stata occasione di una lunga chiacchierata fra l’autore, il suo beniamino Renzo Arbore, Gianni Borgna, Michele Bovi, Andrea Tinari e Fernando Fratarcangeli, responsabili di Raro, e Greg. Questa serie di interventi ha posto in risalto numerose sfaccettature della personalità artistica del Renzo Arbore “musicista”. Eccone i punti salienti suddivisi per autore.
Gianni Borgna
Genesi e sostanza del libro
«Claudio Cavallaro, giornalista e clarinettista, è stato mio allievo presso il corso di laurea quinquennale del DAMS della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata di Roma, dove insegno “Sociologia della Musica”. Questo libro è, almeno in parte, la sua tesi di laurea. Un giorno, Claudio venne da me e, a differenza di molti suoi colleghi che intendono approfondire i problemi della sociologia della musica in Adorno o la filosofia della musica secondo Hegel, mi propose una tesi su Renzo Arbore, una sorta di “filosofia della musica secondo Arbore”. Benché Renzo fosse un mio caro amico, rimasi un po’ perplesso: non mi fidavo molto di questo studente che riteneva enfaticamente che per lui Arbore fosse una sorta di mentore, di nume tutelare. Una volta messo alla prova, però, devo dire che lo svolgimento della sua tesi fu perfettamente all’altezza della proposta. Mi arrivò quasi subito un malloppo di fogli con un’infinità di notizie, precise annotazioni, il tutto corredato dalla felice intuizione di Claudio di inserire il tema Arbore nel contesto più generale della canzone napoletana, folklorica, jazz e così via. La tesi andò molto bene, ma devo dire che anche il libro, ampliato, rivisitato e corretto, grazie a Raro! Libri, ha già avuto, e avrà ancora di più in seguito, un gran successo, perché è un’opera utile sia per chi voglia conoscere Arbore in tutte le sue sfaccettature musicali, sia per chi voglia approfondire le origini della musica swing, jazz, napoletana e così via».
L’eclettismo di Arbore è un fattore biografico più che culturale
«Renzo Arbore, come affermo nella prefazione di questo libro, è all’incrocio fra molti generi musicali: questo, soprattutto per questioni biografiche. Renzo è nato a Foggia, città importante nella storia della musica italiana e patria, tra l’altro, di un autore come Umberto Giordani –, ma conosce bene anche Napoli, nonché lo swing che giunse in Italia grazie alle armate americane e ai mitici V-Disc d’importazione USA. Renzo abbracciò tutti questi stili più per un’immersione biografica che per un puro fatto culturale o di gusto. Si trovò così, per averli vissuti intensamente, a mescolare fra loro la musica del sud del mondo, il folklore meridionale, la canzone napoletana, il jazz, la musica sincopata, lo swing: tutto questo, nel modo più felice possibile. I suoi spettacoli, come per esempio l’apertura, due anni fa, dell’Estate Romana con un concerto seguitissimo a Piazza del Popolo, stanno lì a dimostrarlo: sono sempre stati eventi di gran presa sul pubblico e testimonianza diretta dell’incontenibile entusiasmo che anima Renzo Arbore in ogni sua produzione».
Renzo Arbore e la critica
«Arbore, però, non è stato molto amato dalla critica. Come tutti i grandi artisti ha avuto molti detrattori fra i cosiddetti “addetti ai lavori”. Spesso i più polemici hanno storto il naso davanti al gran successo di Renzo, cercando sempre di insidiarne e sminuirne l’importanza. Una delle critiche maggiori che si è sempre fatta all’arte musicale di Arbore riguarda la sua interpretazione della canzone napoletana. Si dice sia molto personale, solo un gioco, una “rivisitazione” che poco o nulla ha a che fare con la “vera”, “genuina” canzone partenopea causa “indebiti” prestiti da altri generi musicali più moderni come la musica americana, lo swing, il jazz e così via. Ritengo sia importante, però, rispondere a tutte queste critiche confutandone i giudizi. E’ vero, infatti, che Renzo “rivisita”, integra e re-interpreta a modo suo, spesso anche in maniera arbitraria, la tradizione napoletana e in generale molte delle canzoni che esegue, ma non credo sia un demerito ma un pregio. Le tradizioni, se vogliono essere conservate, riproposte, non morire né sterilizzarsi, debbono rinnovarsi. La filologia non deve né può essere l’unico ed esclusivo modo per proporre ai contemporanei canzoni nate a fine 800-inizio 900 e basate quindi su altre modalità interpretative. Non trovo poi neanche troppo utile tentar di avvicinare un pubblico moderno, ormai più vasto di quello dell’epoca e con altri sound nelle orecchie, in quel modo: occorre svecchiare, rinnovare la tradizione secondo i più accattivanti stilemi contemporanei».
La canzone napoletana è “canzone d’arte”
«Del resto chi critica Arbore è anche lo stesso che ritiene radicalmente che la “vera” canzone napoletana sia solo quella “folklorica”, quella legata ad autentiche radici popolari. Occorre ricordare, però, che la grandezza della canzone napoletana è data soprattutto dal fatto che queste radici, certo importantissime, sono state poi coltivate e valorizzate dal duro lavoro di grandi poeti e musicisti. E’ quindi “canzone d’arte”, una fra le più rare, se non la principale mai esistita: ha avuto, infatti, il beneficio e il privilegio di essere oggetto di studio, e d’arte appunto, di poeti come Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, di musicisti come Francesco Paolo Tosti, e di tanti altri artisti. Questa è la cosa più importante: lo stesso Roberto Murolo, se volessimo essere “filologi” fino in fondo, sarebbe da considerarsi un infedele. Egli, infatti, cantava in maniera personale, decisamente non-tradizionale, a modo suo, ma era lo stesso un modo straordinario, bellissimo, inimitabile di “interpretare la tradizione”».
Il vantaggio di svecchiare la tradizione
«Il vantaggio maggiore che ha avuto Renzo nello svecchiare, rinnovare, non fare appassire, ma anzi estendere i confini della tradizione, è stato quello di ergersi a testimone, a messaggero delle mille sfaccettature della sua e della nostra musica sia in Italia sia all’estero, creando per sé e per il suo Paese legioni di fans in tutto il mondo».
Andrea Tinari
Direttore editoriale di Raro! e Raro! Libri
Fernando Fratarcangeli
Direttore responsabile di Raro! e Raro! Libri
La scelta di Arbore come “oggetto di studio”
«La scelta di Arbore come argomento di questo nostro primo libro della serie “Raro! Libri” nasce dal fatto che l’autore, Claudio Cavallaro, era già un nostro redattore esterno da qualche mese, responsabile della bella rubrica su Raro! intitolata “Storia della Canzone Italiana”, quando ci propose questo progetto di estensione ed approfondimento della sua tesi in un libro rivisto e corretto su Arbore. L’idea ci sembrò subito felice perché, oltre ad essere suoi grandi fans, riteniamo che Renzo abbia svolto un ruolo importante, dando una grossa scossa al mondo della musica italiana, prima con numerose innovazioni radiofoniche e televisive, poi con la nascita dell’Orchestra Italiana, focalizzata nel “riscoprire” e “riprendere” molta di quella tradizione napoletana che negli anni si era, pensavamo tutti, inevitabilmente perduta».
Michele Bovi
Renzo Arbore e i bravi ricercatori di musica popolare
«Qualche anno fa, il sommo pontefice della critica televisiva italiana, Aldo Grasso, mi chiese di fare un intervento circa coloro che facevano ricerca in tv sulla musica popolare. Io scrissi alcune cose riguardo il mio lavoro, citai colleghi illustri come Dario Salvatori, Red Ronnie, Giancarlo Governi e altri, ma non Renzo Arbore. Questo suscitò in Grasso un certo scalpore e il sospetto di una sorta di concorrenza ed ostilità da parte mia nei confronti di Arbore. Ovviamente negai tutto e anzi obiettai, un po’ come faceva un tempo Antonio Di Pietro, “ma che ci azzecca Arbore con quest’elenco?”. Per me, infatti, c’è Renzo Arbore e poi ci sono i bravi ricercatori di musica sia in radio sia in tv. E’ un po’ come fare una classifica delle più belle voci femminili della storia del 900: c’è Billie Holiday e poi ci sono altre bravissime cantanti come Aretha Franklin e simili; come fare un elenco dei padri del soul: c’è Otis Redding e poi ci sono tutti i vari maghi à la Wilson Pickett. Queste ultime, magari, sono soltanto opinioni personali ma, quando Grasso mi chiese spiegazioni su quel “buco”, io risposi che trovavo limitativo confinare Renzo Arbore solo nel settore dei bravi ricercatori musicali»
Renzo Arbore è un musicista tout court
«Confinare Arbore, infatti, è impossibile: non è stato solo un disc-jockey né solo un grande intrattenitore, non è stato solo un geniale innovatore di programmi radiofonici e televisivi né solo un irresistibile showman, per me è stato, è e sarà sempre soprattutto un musicista. Alla base di questa sua personalità così forte, di questa sua vitalità così trascinante, di questa sua forza promozionale così straordinaria che nessun altro ha, non c’è solo un musicologo ma un gran musicista, competente e professionalmente preparato dal jazz al folk, dalle canzoni-manifesto a tante altre espressioni musicali. Il “musicista” Arbore è sempre venuto fuori nei suoi programmi radiofonici e televisivi: se si è solo storici della musica, infatti, è difficile circondarsi e collaborare con personalità e professionalità come quelle di Sal Genovese, in altre parole il sax italiano con la voce più somigliante a quella di Sam Butera, celebre “spalla” di Louis Prima, oppure scegliere Leo di Sanfelice. Ricordo che, quando ero ragazzino, Sanfelice era già il “mago dei ricevimenti” e suonava per il Principe Torlonia e il Principe Borghese. Era un grandissimo musicista con un carattere tutto suo e uno stile inconfondibile. Dopo tanti anni, Arbore lo è andato a scegliere in maniera mirata: solo un grande musicista come lui poteva cogliere così brillantemente le potenzialità di Leo di Sanfelice»
Renzo Arbore: più di Roberto De Simone, al pari di Domenico Modugno
«Borgna giustamente ha messo in risalto, sia nella prefazione al libro sia nel suo intervento, l’impareggiabile forza promozionale con cui Renzo ha riproposto la tradizione napoletana ed italiana. Non per essere blasfemo ma personalmente ritengo che Arbore abbia dato alla cultura partenopea, nel pieno esercizio delle sue funzioni di musicista, quanto a forza promozionale e prestigio internazionale, molto più del pur raffinatissimo maestro Roberto De Simone. In più Renzo non si è occupato solo di musica napoletana ma anche di altri importanti generi: ecco, questa sua versatilità non la ritrovo in nessun altro esponente della musica popolare italiana. Se proprio dovessi fare un paragone, lo potrei avvicinare solo a Domenico Modugno, altro artista versatile che ha fatto sfoggio d’arte sia nella musica sia nel cinema sia nel teatro».
Un sogno: affidare ad Arbore “quello della musica” la direzione artistica di Sanremo
«Giacché, come tutti sanno, nessuno conosce la musica italiana come Renzo, nel mio libro dei sogni c’è sempre un’edizione del Festival di Sanremo affidata, come direzione artistica, ad Arbore, con un anno intero di lavoro sulla selezione delle canzoni, dei cantanti e degli autori, e come conduzione a Fiorello. Secondo me, avremmo il 70-80% di share ogni sera e, nelle settimane successive, almeno 10 canzoni in cima alle hit parade. Renzo, infatti, è una persona che, soprattutto quando si muove in campo musicale, coglie nel segno. E’ stato più che altro il titolo del libro “Quello della Musica” a convincermi a partecipare a questa presentazione. Lo trovo veramente azzeccato, lo condivido in pieno: Arbore non è solo quello della tv, quello degli spettacoli, quello della radio, o, per parafrasi, “quello della notte”, ma soprattutto “quello della musica”».
Renzo Arbore: un irretente pifferaio magico
«Claudio Cavallaro, autore di quest’interessante libro in cui c’è veramente di tutto, è anche un giovanissimo professore di clarinetto. Qui credo si consumi il più evidente dei “plagi”: non un “plagio artistico-musicale” ma un “plagio psicologico”. Renzo Arbore è come il pifferaio magico di Grimm: suona il clarinetto per attrarre prima i topi e poi i bambini. Claudio è sicuramente un bambino, mentre io, essendo arrivato prima, sono certamente un topo. Entrambi, però, siamo stati portati dalla forte personalità del “plagiario” Arbore a perdere la nostra volontà e a seguirlo, alleandoci con lui. Il libro è molto preciso e contiene inoltre cose curiosissime di cui, pur essendo un estimatore di Renzo da tanto tempo, non ero a conoscenza neanche io. C’è, per esempio, un inedito: un esilarante inno alla Democrazia Cristiana che, lungi dall’essere – bontà sua - una parodia, è, secondo me, una critica seria e decisamente “compromettente” della Dc. L’unica cosa che manca, forse, è lo spinotto per collegare il libro ad uno stereo o un amplificatore: sarebbe stato un perfetto i-pod!».
Claudio Cavallaro
Renzo Arbore: nascita di una “mania”
«L’unica accusa che posso muovere a Renzo è proprio quella di avermi plagiato. Quando iniziai a seguirlo, ero davvero un bambino: avevo 7 anni e lo vidi per la prima volta non in veste di musicista ma come testimonial di uno spot per la Fiat Tipo. Mi colpì subito la sua simpatia e l’esuberanza dello sketch. Da quel momento costrinsi i miei genitori a rimanere svegli fino a notte fonda per registrarmi “Doc International” o “Indietro Tutta”. Al ritorno da scuola, pranzavo e, invece dei cartoni animati, vedevo le cassette dei programmi di Renzo Arbore»
Renzo Arbore, ovvero “quello della musica”
«Per me, Arbore - e sono contento che anche Bovi lo abbia fatto notare – è sempre stato “quello della musica”: è stato lui a farmi avvicinare ed appassionare alla musica, anche se in questo contesto può sembrare marginale dirlo. La definizione che do di Arbore nella prefazione del libro è quella di musicista/musicologo/musicofilo/musicofago, perché lui si è sempre anche nutrito di musica, sin da bambino, facendo della musica la sua autentica compagna di vita»
I meriti dell’Arbore musicista
«Il professor Borgna ha parlato a lungo del Renzo Arbore dell’Orchestra Italiana, “quello della musica napoletana”. Io, nel mio libro, rivendico ad Arbore anche altri ruoli altrettanto importanti. Ha rilanciato, per esempio, lo swing con gli Swing Maniacs ma anche le “canzoni della memoria”, consegnandole alle nuove generazioni. Se oggi molti giovani fischiettano canzoni di repertorio come “Come Facette Mammeta” o “Mamma Me Piace il Ritmo”, lo si deve a Renzo. Ha rilanciato soprattutto la “canzone umoristica”, non solo con “Il Clarinetto”, canzone molto sottovalutata nonostante il successo, ma soprattutto ripescando dall’oblio quella canzone umoristica che languiva dai tempi di Carosone e che era stata addirittura lanciata da uno dei padri del Futurismo, tale Rodolfo De Angelis. Da quest’ultimo Renzo ha ripreso alcuni stilemi canonici come la rima tronca e quell’ammiccamento alla sfera sessuale goliardico ma sempre elegante e pulito. Lo stesso “Clarinetto” di Arbore deriva dalla trasposizione di una canzone di De Angelis su un “saxophone”: la velata metafora è la stessa»
L’importanza di Arbore per le giovani generazioni
«Ho scritto questo libro per tutti ma soprattutto per quelli della mia generazione, perché sappiano, per esempio, che fu Renzo il primo, insieme a Boncompagni, a battere in radio i Beatles, i Rolling Stones, Battisti, Patty Pravo, James Brown e tutti i cantanti neri di quel periodo. Come si può quindi non definire Renzo Arbore “quello della musica”? Ho iniziato a seguirlo nel 1988 - tante cose non le sapevo ma mi sono documentato - e pian piano, anche grazie alla nostra amicizia personale, che dura ormai da 15 anni, sono riuscito a carpire cose sulla “sua” musica che segretamente appuntavo e che oggi hanno preso forma in questo libro. In fondo, non si tratta altro che di un’osmosi di appunti, ricordi e conoscenze personali che spero siano approfondite e possano quindi appassionare molte altre persone»
Renzo Arbore
Le conoscenze di Claudio Cavallaro
«La conoscenza che Claudio Cavallaro ha di me è estremamente approfondita: ci conosciamo personalmente oramai da 15 anni e posso dire che è un giornalista preparatissimo sia sul passato sia sul presente. Lo seguo anche nei suoi articoli su Raro e credo che sia uno dei pochi in grado di rovistare abilmente nel mio passato. Mi conosce da quando aveva 7 anni e, quando mi serve sapere, per esempio, cosa ho fatto nel 1987, chiamo lui e sono sicuro che me lo dirà. Magari io non lo ricordo, lui, invece, è un agiografo precisissimo. Ha riportato su questo libro cose che non so neanch’io come abbia fatto a sapere. Forse gliele ho confessate io stesso “en passant”, ma mi sono stupito nel leggerle su carta. E’ un’opera che si legge tutta d’un fiato e in cui è possibile ritrovare anche canzoni che avevo cancellato dalla memoria. “Malinconico Rock”, per esempio, è una “maccheronica” canzone mista italiano-inglese: chiudeva quello che io stesso pensavo che sarebbe stato il mio primo e ultimo disco».
Finalmente, “quello della musica”
«Claudio conosce bene le mie vicende personali: l’unica cosa di cui non parla in questo libro sono i miei amori se non quelli intrecciati con la musica, come nel caso di “I faccio ‘o show”, scritta in 10 minuti con Claudio Mattone e dedicata ad una ragazza, fortunatamente non conosciuta dal pubblico, che non amava molto che la trascurassi per suonare con gli amici. E’ forse questo l’aspetto che mi fa più piacere: essere finalmente riconosciuto come “quello della musica” e non più, come fa la fagocitante televisione, solo come “quello della notte”. Cavallaro, infatti, ricorda perfettamente, per esempio, le mie trasmissioni “D.O.C.” con Monica Nannini e Gegè Telesforo, o “Per Voi Giovani” con Gianni Boncompagni, con cui sono stato il primo dj della storia del “dj-ismo” in Italia. Insieme a lui, ho fatto diventare “tutta nera” l’hit parade di Lelio Luttazzi: neanche a Memphis – Tennessee avevano una classifica in cui nello stesso giorno c’erano Wilson Pickett, James Brown, Arthur Conley… e solo in fondo Orietta Berti! Per questo, fummo anche invitati dalla Atlantic Records a New York, dove finalmente potei stringere la mano ad Aretha Franklin, come avevo già fatto con Ella Fitzgerald. Ella ed Aretha sono state le mie due più grandi passioni: considero la Fitzgerald, dopo la ruota e il telegrafo senza fili, la più grande invenzione del 900!»
Amo tutta la musica anche se nasco con i V-Disc
«Devo ammettere che “stranamente”, a differenza di molti critici provenienti da qualche settore e fissati poi solo su quel settore, io amo tutta la musica, indistintamente. Provengo dalla banda musicale della mia città, Foggia, e ho arricchito poi le mie conoscenze tramite i famosi V-Disc di cui parlava Borgna. I V-Disc sono stati fondamentali per la mia generazione: fino ad allora, noi giovani avevamo solo i dischi di famiglia come Natalino Otto, “Arrivano i nostri a cavallo di un caval”, Clara Iaione, “Ombretta sdegnosa del Mississippi”, ecc. Gli americani, invece, avevano esportato – e mio fratello più grande li ascoltava continuamente – questi straordinari V-Disc, “dischi della vittoria”, che erano padelloni giganti contenenti il meglio della musica statunitense, da Duke Ellington a Tony Bennett. Tutte le case discografiche, di comune accordo, si erano riunite per realizzare questi dischi ad esclusivo conforto delle truppe, coinvolgendo artisti strepitosi anche in combinazioni inedite come Armstrong che suonava con un pianista di bebop e altre. Sono dischi preziosissimi: io posseggo buona parte della collezione completa, ma le matrici originali sono spesso andate distrutte. Adriano Mazzoletti ha cercato spesso di farne qualche copia, ma è un lavoro veramente difficilissimo. I V-Disc, però, sono stati fondamentali per la mia formazione: quando sentivi lì il jazz, lo swing, anche i pezzi più ostici per un bambino diventavano popolari. Il mio primo V-Disc, “I Wish I Could Shimmy Like My Sister Kate”, è stato importantissimo: lo tengo ancora incorniciato alla parete della mia stanza da letto».
Roberto Murolo e la tradizione napoletana
«Considero Roberto Murolo un rivoluzionario allo stesso modo di Joao Gilberto. Prima di lui, la musica brasiliana era la “samba marsiña”, tipo “Brigitte Bardot”, poi, grazie anche ad un giro di amici come Vinicius de Moraes, egli cominciò a cantare il Brasile in maniera melodica ed intima, straordinariamente musicale e piena di sensibilità. Roberto Murolo ha fatto la stessa cosa forse anche in maniera più importante: ha re-interpretato, infatti, la tradizione napoletana, non cantato solo canzoni scritte apposta per lui. Murolo riprese le canzoni classiche napoletane che, prima di lui, venivano cantate in tre maniere diverse: “fronne ‘e limone”, la versione dei venditori ambulanti, “di giacca”, la versione di Mario Merola e compagni, o “da tenorini”, la versione di quei tenori il cui maggior erede fu Franco Ricci. Roberto, invece, le cantava in maniera “salottiera” o almeno così la definirono molti critici-osteggiatori di quell’epoca. Fatto sta, comunque, che ritengo “La Napoletana” di Murolo la più importante opera discografica nata in Italia: quando mi è capitato di fare un regalo a Woody Allen, non ho avuto dubbi nel regalargli “La Napoletana”. La ritengo un disco che rimarrà nel 2050-2100 come la più importante opera di raccolta e rivalutazione del patrimonio popolare italiano, dove alla meravigliosa musica delle canzoni si affiancano testi scritti da intellettuali e poeti»
Ho rivalutato la canzone napoletana limitandomi a modificarne gli arrangiamenti ritmici
«Le canzoni che ho rilanciato erano le canzoni napoletane classiche, quelle dimenticate da tutti tranne dai napoletani doc. Ho sempre avuto straordinarie soddisfazioni dal popolo partenopeo sin dalla prima sera in cui ripresi quel repertorio in una trasmissione che si chiamava “Canta Napoli Internazionale”. Questo, a differenza anche di molti altri artisti che, invece, si sono mostrati invidiosi verso quelle canzoni: “pecché no l’hanne fatte lloro”, diceva Renato Carosone. Lo stesso Murolo – giuro – un giorno mi disse che “Reginella” d’ora in avanti la voleva fare sempre e solo come l’avevamo fatta insieme. Diceva che la trovava più bella “slentata” e raddoppiata di tempo: per lui, così era più melodica e celebrativa. Come dice giustamente anche Borgna, non mi sento di aver violentato né toccato troppo la canzone napoletana: ho lasciato intatte le melodie, le armonie e le liriche, limitandomi a modificare semplicemente i ritmi, un po’ come aveva fatto il grande maestro Carosone. “Luna Rossa”, per esempio, ha un arrangiamento che ritmicamente strizza l’occhio alla rumba, con profondi echi tratti dalle rumbe tradizionali di New Orleans, musica, in fondo, molto vicina a quella partenopea, giacché influenzata dalla stessa dominazione francese. Gli arrangiamenti che porto avanti con l’Orchestra Italiana, quindi, non sono filologici ma rispettano molto lo spirito atavico della canzone napoletana. Alcuni critici però continuano a dissentire»
Spillette di merito: la prima, la riscoperta della canzone napoletana classica
«Un’altra delle critiche che mi fanno è che la canzone napoletana classica, 18 anni fa, quando nacque l’Orchestra Italiana, non rispecchiava la Napoli di quegli anni. Ammesso e non concesso che allora questo assunto fosse vero, certamente oggi non lo è più: ormai tutti cantano queste canzoni, da Capri a qualsiasi altro posto nel napoletano e anche oltre. Coloro che allora dicevano “ma che fa Arbore: riprende canzoni come Malafemmena o Luna Rossa?”, oggi non possono non accorgersi che quelle stesse canzoni sono interpretate ovunque e da chiunque: non si può aprire la televisione il sabato o la domenica pomeriggio senza sentire qualche canzone classica napoletana. Io mi sono appuntato questa medaglietta: con l’Orchestra Italiana ho rilanciato il patrimonio partenopeo quando tutti lo credevano sopito e dicevano che non valeva la pena riscoprire la canzone periferica ed etnica. Sono stato amico di Murolo, Carosone, Sergio Bruni e tanti altri maestri-alfieri della musica napoletana: pur essendo di Foggia, mi ha sempre appassionato ed irretito quel background»
La seconda, aver sempre cercato “l’altro”
«Amo tutta la musica e cerco sempre di andare oltre, di scoprire, ascoltare e amare “l’altro”. In fondo è per questo che ho realizzato programmi come “L’Altra Domenica” o fatto “l’altro cinema”, con due film, uno sul Papa, l’altro su Fellini. Ho proposto poi anche “l’altra musica”: invece di tanta canzonetta italiana di mezza tacca, io e Boncompagni, vincendo quel famoso concorso alla radio, iniziammo a programmare Beatles, Rolling Stones, Who e tutti i grandi della musica nera americana»
La canzone umoristica di Rodolfo De Angelis
«In questo processo, ho ripreso anche la canzone umoristica che aveva avuto i suoi ultimi sprazzi con l’accoppiata Cioffi-Pisano e poi con Carosone-Nisa ma era nata – come ricordato da Claudio Cavallaro – con Rodolfo De Angelis, che purtroppo nessuno o quasi conosce. De Angelis, invece, è stato molto importante per la mia formazione: era il cantante e il compositore del Futurismo, colui che insieme a Marinetti, Balla e altri aveva dato vita a quella corrente artistica. Lo si ricorda solo per la canzone “Ma cos’è questa crisi?”, in cui realizzava alcune rime improbabili, stornellando con una trombetta altrettanto improbabile. In realtà, però, le canzoni di De Angelis hanno tutte arrangiamenti geniali e soluzioni efficaci, compresi meravigliosi doppi sensi come in “Sanzionami questo”, un vero e proprio capolavoro atto a protestare contro le sanzioni della “perfida Albione”. Essendo un futurista, poi, non prendeva nulla sul serio e se la prendeva con tutti, compreso il Duce, non mandandole certo a dire. Nel mio piccolo, l’omaggio più significativo che gli ho reso è stato il grande successo de “Il Clarinetto”, figlio, in qualche modo, anche dei suoi insegnamenti».
Le canzoni-manifesto di Arbore-Mattone
«Mi fa piacere, inoltre, essere ricordato anche come autore di canzoni “altre”. Ne scrissi parecchie con Claudio Mattone comprese le famose “canzoni-manifesto”, a soggetto, quelle che sottolineavano i programmi televisivi: prima non esistevano, le abbiamo inventate noi. “Sì, la vita è tutt’un quiz”, per esempio, è una canzone che praticamente dava del fascista al telecomando. Giuliano Ferrara si accorse subito, infatti, che dietro a “notte italiana / c’è una luce blu / è in ogni casa / che brilla la tv / e tutti intorno / seduti a guardare / davanti a questo nuovo focolare / il padre al figlio dice / senti un po’ / solo un consiglio / è quello che ti do / tu nella vita / comandi fino a quando / hai stretto in mano / il tuo telecomando”, si nascondeva, in realtà, una “perfida” parodia di “Faccetta Nera”. Ma ho scritto anche “Il Materasso”, brano che invitava al sonno, “Ma la notte no”, manifesto della bellezza della notte con quel suo “lo diceva Neruda / che di giorno si suda / rispondeva Picasso / io di notte mi scasso”, e tante altre. Comprese anche alcune – per ragioni sentimentali – realmente belle e sentite, come, per esempio, “Sud” con Petra Montecorvino, “I faccio ‘o show” e altre parimenti accademiche, serie e scritte con il cuore»
Claudio Cavallaro
Reprise/1 - I collaboratori a questo progetto
«Proprio perché Renzo è andato a ripescare nel passato e ha rilanciato molti generi, all’inizio di ogni capitolo del mio libro, faccio una piccola introduzione partendo dalla Storia, con molta modestia e approfittando del fatto di essere stato alunno del più grande storico della canzone italiana, Gianni Borgna. Spero che le notizie che troverete siano esaurienti e interessanti. Concludo ringraziando tutti coloro che hanno partecipato al libro: a parte Renzo, infatti, che ha rilasciato un’intervista a conclusione di questo mio scritto, mi hanno aiutato molto a redigere e ad approfondire i temi in esame anche Monica Nannini, Gegè Telesforo, Alberto Botta, Dario Salvatori e non da ultimo Greg, che, oltre ad una splendida prefazione, la seconda insieme a quella del professor Borgna, ha realizzato anche una bellissima caricatura. Spero voglia anche lui intervenire su Arbore»
Renzo Arbore
Reprise/1 - Mi piace che i giovani riscoprano il passato
«Prima di lasciargli la parola, però, vorrei dire che considero Lillo & Greg i veri eredi di “Alto Gradimento”. I loro spettacoli alla radio mantengono lo stesso spirito e gli stessi ingranaggi parodistici che usavamo noi per ribaltare la realtà e stravolgere i discorsi. Quello che poi più mi piace sia in Greg sia in Cavallaro sia in altri giovani artisti è che riscoprono il passato: Greg, per esempio, pur avendo una quarantina d’anni, canta molte di quelle canzoni rockabilly che la mia generazione ha scoperto nel 1954, quando giunse anche in Italia il rock’n’roll. E’ profondamente innamorato di quel repertorio e si vede che esso appartiene ad una cultura in grado di appassionare ancora molto e far sempre più neofiti anche tra le giovani generazioni»
Greg
Ringrazio molto Renzo soprattutto per aver sdoganato la musica
«Beh, innanzitutto, ringrazio Renzo per questo suo attestato di stima. Puntualmente, ogni volta che ne ha occasione, ripete che, secondo lui, io e Lillo siamo “gli eredi di Aldo Gradimento” e devo dire che questo non può che lusingarmi moltissimo. Mi sono formato musicalmente e come passione comica nei primi anni ’70, quando ancora andava di moda il baluginante Gala serale con le donne in lungo, gli uomini in smoking, e, in qualità di interpreti e autori, grandi professionisti come Luttazzi, Simonetti, Salce, Chiari e altri. Per me, in quegli anni, la radio era “Alto Gradimento” che seguivo ogni domenica, perché negli altri giorni dovevo studiare: il paragone quindi non può che lusingarmi. Nel campo musicale, invece, come ho scritto anche nella prefazione al libro di Cavallaro, ringrazio tantissimo Arbore per aver sdoganato la passione per la musica».
Il merito di Arbore e la situazione della musica in Italia
«In Italia, infatti, la musica non è mai stata considerata come meriterebbe: chi come me suona in giro per i locali sa che la musica è sempre il fanalino di coda del funzionamento di qualsiasi luogo di aggregazione. In un locale si pensa a tutto, dalla birra alla disposizione dei tavolini, tranne all’acustica, alla fonica e agli impianti audio. Anche se i prezzi salgono, i musicisti vengono sempre bistrattati, al massimo guadagnano 50 euro a sera, e la loro stessa musica viene snobbata. Se un ragazzino di oggi, però, ha il privilegio di poter ascoltare una musica come lo swing, di certo lo deve a Renzo Arbore. Se io stesso posso suonare swing e rock’n’roll in giro per i locali, senza essere più guardato male come accadeva agli inizi degli anni ’80, il merito è sempre di Arbore. Certo, la moda dello swing – genere abbracciato da Renzo sin dagli anni ’90 – ha dato in questi ultimi anni frutti disdicevoli come Michael Bublè e quel pezzo ultimo di Christina Aguilera, ma grazie a Renzo ci si è accorti che nella discoteca dei propri genitori o in posti simili c’era anche gente che aveva fatto swing in modo convincente e notevole. Il merito di Arbore è stato quindi quello di far capire che si potevano fare cose belle, di qualità e d’elite anche in maniera immediata ed accattivante, facile e commerciabile».
Renzo Arbore
Reprise/2 - Il mio compito primario
«Giacché l’Italia è un paese che, a differenza di Francia e Stati Uniti, non ha una grande memoria, pur avendo un grande passato, trovo che ormai il mio compito primario non sia quello di scimmiottare la musica dei giovani, ma quello di stare attenti a che non venga dimenticato il passato. In un’epoca come questa, in cui tutto è documentabile tramite dvd e supporti affini, dimenticarsi per un attimo di qualcosa vorrebbe dire condannarlo all’oblio. Il mio compito primario, quindi, è quello di ricordare alle generazioni future che ci sono stati in passato grandi maestri come Mimmo Modugno, Gorni Kramer e altri, che hanno letteralmente re-inventato la musica italiana. Inoltre voglio far conoscere loro quello scrigno fantastico e prezioso rappresentato dalla canzone classica napoletana che in pochi hanno aperto e condiviso con il resto del mondo, senza accorgersi neanche che è stata la canzone più importante del patrimonio artistico-musicale italiano nonché la più ricca di due elementi che tutti noi italiani abbiamo nel sangue, melodia e poesia».

